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Facebook   MOSTRE ED EVENTILast Update: 5/24/2013 5:50 PM
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7/26/2011 3:15 PM
 
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CUCINA, ARTE E DESIGN, L'UNICITA' DELL'ITALIA

Dopo l'Unità, al Macro Testaccio di Roma l'Italia mette in mostra anche l'Unicità. Domani, dalle 20 alle 24, cucina, arte e design si fondono per un evento unico nell'area esterna dell'Ex Mattatoio del popolare quartiere: "Cucine d'Italia".
In un grande spazio diviso in nove aree tematiche, artisti, chef, fotografi e vari performers daranno sfogo al loro estro. Il pubblico potrà compiere, in una cornice irripetibile, un viaggio coinvolgente nel Belpaese,partecipando e assistendo ad esecuzioni di sicuro pregio. Protagonista la cucina, animata dallo chef Antonello Migliore, che realizzerà uno show cooking in una cucina progettata dall'architetto Marco Repetto.

FLOWER DESIGN E FOOD PHOTOGRAPHY, ANCORA ARTE

Ad inizio serata esibizione del soprano Mariangela Topa, del contralto Rossella Mirabelli, del tenore Vittorio Bari e del basso Fabrizio Flamini, accompagnati dalla pianista Gabriella Marolda. Tra gli altri protagonisti il flower designer Carmelo Antonuccio; gli artisti Franco Bertozzini e Riccardo Natili, che eseguirà una performance live su tela; la food photographer Elisa Ceccuzzi di Kitty's Kitchen, con una sua mostra personale. Una delle aree sarà destinata al cake design, a cura de La Rosa del Dessert, che realizzerà e decorerà le torte con prodotti rigorosamente italiani.



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8/9/2011 6:28 AM
 
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"Ho voluto essere pittore e sono diventato Picasso" 15 ottobre 2011 - 29 gennaio 2012 Pisa
Il genio di Picasso arriva a Pisa. Dopo il successo delle mostre di Chagall e Miro', dal 15 ottobre Palazzo Blu ospitera' una grande rassegna che, attraverso 200 opere, ripercorrera' settant'anni della straordinaria produzione dell'artista catalano, il piu' celebrato del XX secolo. Curata da Claudia Beltramo Ceppi )con la collaborazione di numerosi specialisti), l'importante esposizione intitolata 'Ho voluto essere pittore e sono diventato Picasso' e' frutto dell'intensa collaborazione con il Museo Picasso di Barcellona, il Museo Picasso di Malaga e il Museo Picasso di Antibes. A sottolineare una volta di piu' la volonta' della Fondazione Palazzo Blu di intessere relazioni e legami con importanti istituzioni pubbliche che conservano le opere dei grandi maestri del '900. La mostra si incentrera' su diversi nuclei di opere, realizzate da Picasso con le tecniche piu' diverse: dipinti, ceramiche, disegni e opere su carta, alcune celebri serie di litografie e acqueforti, libri, tapisserie. Opere in molti casi raramente visibili, tra cui la collezione, unica nel suo genere, di 59 linoleografie (un'incisione del tipo della xilografia), appartenenti al Museo Picasso di Barcellona, una tecnica particolarissima, che per Picasso fu un un mezzo espressivo espressivo di prim'ordine, tale da assumere, nella sua produzione, la medesima importanza della gouache per artisti come Marc Chagall e Matisse. Dotato di un'innata, geniale capacita' di padroneggiare tutte le tecniche e i linguaggi, l'artista fu in grado, dice il presidente della Fondazione Palazzo Blu Cosimo Bracci Torsi, di compiere quel ''superamento della prospettiva rinascimentale divenuta tradizionale canone della pittura occidentale, che lo ha confermato nell'immaginario collettivo il rivoluzionario prototipo dell'avanguardia e della apparente incomprensibilita' dell'arte del '900''. Se Picasso e' stato dunque con il cubismo, uno dei grandi innovatori delle pittura contemporanea, prosegue Bracci Torsi, non si e' pero' fatto condizionare dallo stile innovativo che aveva contribuito a creare, ma, ''grazie alla originalissima vena della sua ispirazione e alle incredibili versatilita' e capacita' tecnica, ha continuato per tutto il corso della sua lunga vita a sperimentare, scegliendo di volta in volta la forma espressiva che gli sembrava piu' adatta al tema o al sentire del momento''. ''Variazione non significa evoluzione - sosteneva Picasso - Quando ho qualcosa da dire, lo dico nel modo che mi sembra piu' naturale. Motivi differenti, inevitabilmente richiedono differenti metodi di espressione. Questo non implica evoluzione o progresso, ma adattamento dell'idea che uno vuole esprimere ai modi per quest'idea''. Una genialita' dirompente, uno dei piu' grandi talenti mai esistiti, caratterizzato, fra l'altro, da quella ''provocatoria presunzione'' che appunto gli aveva fatto pronunciare la frase (attribuita) che da il titolo alla mostra pisana. Una creativita' irripetibile, che il percorso espositivo di Palazzo Blu vuole rendere accessibile a tutti, soprattutto ai giovani, restituendo intatto il Picasso artista, l'uomo e il personaggio.

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di Nicoletta Castagni
Fonte:http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cultura/cultura.shtml

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8/9/2011 6:48 AM
 
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Una mostra come l'avrebbe fatta Giorgio Vasari, con i capolavori di Cimabue, Giotto, Duccio di Buoninsegna, Masaccio, fino a Lippi, Botticelli, Michelangelo si svolgera' dal 3 settembre al 9 gennaio nella Basilica inferiore di San Francesco ad Arezzo. Le opere dei grandi maestri che secondo il fondatore della storiografia artistica furono i precursori e i protagonisti della 'maniera moderna' saranno raccontate con le parole del Vasari, grazie anche a una selezione mirata a individuare proprio i dipinti da lui commentati. Intitolata 'Il primato dei toscani nelle Vite del Vasari ''Svegliando l'animo di molti a belle imprese''.

Il Viaggio nell'Arte tra Cimabue e Michelangelo', l'importante esposizione curata da Paola Refice nell'ambito delle celebrazioni per il quinto centenario della nascita di Vasari. Pittore, architetto, storico, l'autore delle Vite e' infatti al centro di una mostra agli Uffizi, che illustra il suo influsso alla corte dei Medici, mentre ad Arezzo, sua citta' natale, ne e' allestita un'altra sulla sua produzione di stendardi e un'altra aprira' (sempre il 3 settembre) sull'attivita' di pittore. ''Ma e'stato molto piu' importante quale storiografo dell'arte'', dice la Refici, che ha lavorato alla realizzazione di questa rassegna per circa quattro anni, riuscendo a ottenere prestiti eccezionali dalle maggiori collezioni italiane e internazionali. ''Non abbiamo voluto spogliare i musei del territorio, appunto per dare l'occasione ai visitatori, invogliati dalla mostra, di approfondire la conoscenza dei tesori qui custoditi''.

Capolavori che portarono Giorgio Vasari a decretare il primato della pittura toscana e del disegno, una concezione che ha pesato come un macigno per secoli sulla storiografia artistica. ''In realta' e' stato lui a generare il nostro gusto - prosegue la curatrice -. Le cose che ci piacciono adesso, e soprattutto le cose che sono in primo piano nel mondo dell'arte, sono scelte e studiate con uno spirito ancora influenzato dai giudizi che ha dato il Vasari''. Non a caso il percorso espositivo prende le mosse proprio dalla grandezza di Cimabue (oscurata da Giotto, il suo allievo) e prosegue con Duccio da Buoninsegna, Jacopo del Casentino Giovanni dal Ponte, Spinello Aretino, Simone Martini, Lorenzo Monaco, Jacopo della Quercia, Filippo Lippi, Filippino Lippi, Lorenzo Ghiberti, Beato Angelico, Andrea del Castagno, Domenico Ghirlandaio, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Masaccio, Donatello, Andrea del Verrocchio, Filippo Brunelleschi, il Pollaiolo, Sandro Botticelli, Luca Signorelli, Leonardo da Vinci, Andrea del Sarto, Rosso Fiorentino, Michelangelo Buonarroti. In tutto una sessantina di opere, allestite con impegno didattico, ''come in un gioco per far riscoprire il Rinascimento'', a partire dalle guide sull'iPod, che faranno parlare il Vasari. Quando e' stato possibile, ha aggiunto la soprintendente, e' stato scelto il dipinto commentato da lui, altrimenti la scelta e' andata su quelli che piu' di altri potevano riassumere il giudizio sull'artista.
Per Leonardo, pero', ha prevalso il criterio di portare in mostra qualcosa che fosse piu' attinente con il territorio: ed ecco la scelta dei due disegni preparatori della Battaglia di Anghiari, citta' vicina ad Arezzo.

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di Nicoletta Castagni
Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cultura/cultura.shtml

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8/9/2011 8:41 PM
 
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"L'Uomo, il Volto, il Mistero. Capolavori dai Musei Vaticani" 20 agosto - 17 settembre 2010 San Marino

Il volto e il suo mistero: a raccontarlo una grande mostra che dal 20 agosto riunira' al Museo di Stato di San Marino una straordinaria selezione di opere provenienti dai Musei Vaticani. Esposti capolavori di Guido Reni, Guercino, Gian Lorenzo Bernini, ma anche magnifici esemplari della statuaria classica, nonché quelli realizzati da maestri del '900, fra cui Francesco Messina, Fausto Prandello, Graham Sutherland.

La mostra, che si intitola 'L'Uomo, il Volto, il Mistero. Capolavori dai Musei Vaticanì, è stata curata da Antonio Paolucci e Giovanni Gentile, che hanno attinto da quasi tutti i Dipartimenti dei Vaticani le opere più significative per documentare come, nel corso dei secoli, gli artisti abbiano rappresentato le fattezze umane nel tentativo di evidenziare attraverso il volto anche l'animo. Una ricerca caratterizzata, nel ritratto, dall'imitazione di modelli: dagli dei ed eroi in età classica fino alla rivelazione di Cristo, che insieme al suo volto svela anche quello del Padre, il Dio creatore.

Dal Dipartimento delle Antichità Classiche arriveranno a San Marino autentici capolavori: dalla celebre Testa di Atena, rarissimo originale greco del V secolo a.C. al famoso Busto di Antinoo, il più bello tra i molti pervenuti. Reperti che saranno affiancati dalla stupefacente testa marmorea di guerriero con elmo di età traianea e dal Ritratto di Claudia Semne in veste di Venere (II secolo).

Dal Dipartimento di Antichità Etrusco-Italiche ecco le due teste in terracotta, l'una maschile e l'altra femminile, risalenti al III secolo a.C., mentre fra i ritratti di epoca paleocristiana saranno allestiti le due famose raffigurazioni di Flavio Giuliano e della moglie Simplicia Rustica (rarissimi esempi di ritrattistica a mosaico del IV secolo) e il Ritratto palmireno di dama, già nella collezione di Federico Zeri. A questi si aggiungono un rarissimo Busto di Traiano in calcedonio e alabastro e i Ritratti di Pietro e Paolo, tra i più antichi al mondo, istoriati nel V secolo su ampolle di argento. Sceltissimi anche gli esemplari di arte medioevale, a partire dalla celebre icona lignea del Cristo Benedicente del XII secolo e prototipo di una lunga serie di realizzazioni successive. Tra i numerosi capolavori della pittura e della scultura moderna figurano invece le tele del Guercino (il bellissimo San Giovanni Battista) e di Guido Reni, presente con San Matteo e l'angelo, opera della maturità del pittore (e icona della mostra), dove si incontrano, in un meraviglioso equilibrio di forme, colori e sentimenti, sia il volto dell'uomo, l'evangelista Matteo, sia quello del Mistero, interpretato da un angelo ragazzino.

Di particolare interesse, infine, il Ritratto d'uomo di Gian Lorenzo Bernini, verosimilmente il suo autoritratto. L'ultima sezione della rassegna si concentra sulla tematica del Volto Santo, con opere seicentesche, ma non solo. Ecco la commovente Veronica di Pericle Fazzini, la Sainte Face di George Rouault, a quella realizzata a mosaico da Gino Severini che, con i lavori di Francesco Messina, Fausto Pirandello, Graham Sutherland e altri protagonisti del recente '900, chiude il percorso espositivo.

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di Nicoletta Castagni
Fonte:http://www.ansa.it/web/notizie/canali/inviaggio/news/inviaggio.html

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8/19/2011 6:08 PM
 
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VERONA, DOMANI LA PRIMA DI "ROMEO ET JULIETTE"

Grande evento domani sera all'Arena di Verona, con il "Romeo et Juliette" di Charles Gounod.

E' un appuntamento unico: per la prima volta l'opera viene eseguita all'Arena nella versione originale, con il libretto in francese. E' inoltre il lavoro veronese per eccellenza, visto che Shakespeare vi ha ambientato la sfortunata storia d'amore. La regia è di Francesco Micheli, direttore d'orchestra è Fabio Mastrangelo, scenografo Edoardo Sanchi.

Per avvicinare l'opera al pubblico giovane, "Romeo et Juliette" viene promossa con un video realizzato nel flash-mob dell'8 luglio al Balcone di Giulietta.

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9/3/2011 3:02 PM
 
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'Piet Mondrian. L'armonia perfetta' 8 ottobre - 29 gennaio 2012 Roma
Arriva per la prima volta a Roma il genio di Piet Mondrian, tra i padri dell'arte astratta. Dall'8 ottobre, il Complesso del Vittoriano di Roma ospitera' una sua grande retrospettiva che, attraverso circa 70 oli e disegni (affiancati a una quarantina di opere di artisti che lo influenzarono), ripercorrera' l'evoluzione artistica di uno dei piu' importanti maestri del XX secolo. Intitolata 'Piet Mondrian. L'armonia perfetta', la mostra e' stata curata da Benno Tempel, direttore del Gemeentemuseum dell'Aia, da cui proviene la maggior parte dei capolavori concessi straordinariamente in prestito.

La rassegna del Vittoriano e' stata infatti resa possibile dalla collaborazione con il museo olandese e con altre importanti istituzioni internazionali, fra cui il Denver Art Museum, il Philadelphia Art Museum, la National Gallery of Canada di Ottawa, il National Museum of Modern Art di Kyoto. Il prestigioso comitato scientifico (composto da Hans Janssen, Franz W. Kaiser, Michael White) ha supportato il curatore nell'individuare il tema e nel selezionare opere significative in grado di testimoniare la coerenza di Mondrian nel perseguire l'obiettivo di un'arte astratta.

Nei Paesi Bassi del primo '900, Piet Mondrian (1872-1944) era infatti un paesaggista di successo, i suoi quadri raffiguranti mulini, campagne, ma soprattutto alberi, erano improntati al realismo tradizionale olandese, anche se dotati di suggestioni molto personali.

Dominate da una forte tendenza alla verticalizzazione stilizzata, le opere degli esordi esprimono fin da subito la ricerca che contraddistinguera' sempre la pittura Mondrian, articolata su tre componenti basilari, la forma, la linea e il colore, mentre e' il luminismo, la versione olandese del fauvismo, a indicare all'artista il modo per svincolare il colore dai riferimenti naturali. Un percorso, quello artistico, che va di pari passo con la ricerca interiore ispirata ai principi della teosofia e alla tradizione religiosa e culturale olandese.

Da qui i temi che si riflettono nella sua produzione pittorica e un ideale di armonia, ricercata caparbiamente, che si trasformera' in una sorta di missione personale. Trasferitosi a Parigi nel 1912, Mondrian rimane affascinato dalla corrente cubista di Picasso, ma anche dalla lezione di Cezanne e, tornato in Olanda, fonda il gruppo De Stijl. In questo periodo comincia a realizzare opere astratte, dove predominano tratti neri e campiture rettangolari di colore, ma solo alcuni anni dopo, di nuovo a Parigi, pubblica Il neoplasticismo.

Nel saggio Mondrian espone i principi teorici della sua visione estetica, che trovano applicazione nel campo della pittura, dell'architettura e in vari aspetti del vivere quotidiano. Come in Kandinskij, agli elementi espressivi della pittura (appunto linea, colore e forma o superficie) viene attribuito un valore proprio, che non rimanda a qualcos'altro, e anch'essi sono a loro volta ridotti all'essenziale: soltanto linee rette, verticali e orizzontali, mai diagonali e unicamente colori primari, nessun composto, come in natura, e i non-colori nero, bianco e grigio. Ne scaturisce una delle fasi piu' affascinanti della storia dell'arte moderna: il gioco di Mondrian con le linee orizzontali e verticali e la ricerca della composizione ideale.

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Fonte: http://www.ansa.it/

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9/8/2011 3:28 PM
 
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UMBRIA, ERBE E VERDE DENTRO ALL'ABBAZIA

La splendida Abbazia dei Sette Frati di Pietrafitta (Piegaro, Perugia) ospita domenica prossima "Herbae Volant", mostra mercato del verde promossa da Associazione Parte d'Arte Atelier.

I visitatori saranno introdotti nel mondo dell'eco-life da esperti e potranno visitare e degustare i prodotti del sito medievale.

Ci saranno anche laboratori didattici sull'olfatto, la presentazione di un libro sulle piante curative ed una esposizione di opere d'arte dedicata al riciclo.

[IMG]http://www.paesaggi.regioneumbria.eu/Immagine.aspx?ID=2200%7C377951%7CIT[/IMG]
www.paesaggi.regioneumbria.eu/Default.aspx?IdCont=377951&IdN...
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9/12/2011 9:47 PM
 
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"Toulouse-Lautrec e la Parigi della Belle Epoque" 10 settembre - 11 dicembre 2011 Parma
E' la Fondazione Magnani Rocca di Parma a proporre, dal 10 settembre all'11 dicembre 2011 nella sua sede di Mamiano di Traversetolo, la mostra 'Toulouse-Lautrec e la Parigi della Belle Epoque', una originale riflessione sul celebre artista francese.
Una parte della produzione dell'aristocratico Toulouse-Lautrec (Albi 1864 - Malromè 1901), si sviluppa sulla scia del 'japonisme', cioè l'ispirazione all'arte giapponese. L'artista traspone tecniche e inquadrature di quel mondo affascinante e misterioso al contesto occidentale dei locali notturni e delle maisons closes, le case chiuse.
E' nell'ambito delle sue celeberrime affiches, presenti in mostra nell'intero corpus, che la rielaborazione dei temi e del linearismo grafico giapponese si esprime più evidentemente: dai profili degli uomini in cilindro, alle ombre nere alle spalle del soggetto, alla silhouette 'senza testa' della cantante Yvette Guilbert nel 'Divan Japonais'. - A rivivere nella mostra 'Toulouse-Lautrec e la Parigi della Belle Epoque' sono tutti i suoi personaggi, colti nei caffè-concerto di Montmartre, nelle sale da ballo, nei postriboli, nel celebre Moulin Rouge, nei circhi, nei teatri, raccontati con caustica e rutilante malinconia.
L'artista mostra un occhio spietato e caricaturale per le caratteristiche e la gestualità dei soggetti che rappresenta (che includono le vedettes sue amiche, le cantanti e ballerine May Milton, Jane Avril e La Goulue) unito all'uso innovativo di ampie stesure di colori piatti, marcate silhouettes e puntidi vista inconsueti, in un'elaborazione di inesauste folgorazioni emotive.
In mostra, accanto al corpus delle affiches, i dipinti di figura di Lautrec, accostati a quelli di paesaggio degli impressionisti Monet e Renoir, oltre a Cèzanne. E' presente anche un confronto speculare fra i manifesti del francese e le stampe fra Settecento e Ottocento di Utamaro, Hiroshige e Hokusai. Viene ricreato il clima di competizione che Lautrec ingaggia coi vari Chèret, Mucha, Steinlen, Bonnard nell'accaparrarsi le commesse pubblicitarie nella Parigi della Belle Epoque. Infine, viene mostrata l'influenza che Picasso riceve da lui in occasione dei primi soggiorni parigini. (- "In tutto il mondo si conoscono le fotografie di quest'ometto deforme. Soltanto la testa e il tronco erano di proporzioni normali. La testa sembrava avvitata sopra le spalle molto cascanti. La barba lunga e nera faceva l'effetto d'uno strano ornamento. Gambe e braccia erano quelle di un bambino di sei anni. Ma in questo corpo deforme c'era una forza vitale enorme, quasi superata dallo spirito di Lautrec". Queste le usate dal belga Henry van de Velde, architetto, scultore, pittore e designer.
E ancora: "Le sue risposte pronte, simili a quelle di un clown maligno, erano sconcertanti. La bocca di una animalesca sensualità, il modo di esprimersi ora incontrollato, ora estremamente arguto, ora del tutto anticonvenzionale".
L'arte di Lautrec nella Parigi di fine Ottocento non si allinea con quella degli impressionisti che di pochi anni lo avevano preceduto e ancora stavano lavorando in Francia. La sua pittura, infatti, non rivela interesse per il paesaggio e per la luce, mentre esprime un fascino fortissimo per la figura umana.
Lautrec ha chiaro fin da bambino che avrebbe fatto il pittore. La sua statura molto ridotta, dovuta a una duplice frattura alle gambe contratta tra il 1878 ed il 1879, non gli consente di pensare a un lavoro fisicamente impegnativo. Lasciata la monotonia della vita in famiglia nel sud della Francia, si trasferisce a Parigi, metropoli che, nell'ultimo ventennio del 19esimo secolo, vive l'atmosfera gioiosa, entusiasmante ed eccessiva della Belle Epoque.
Montmartre, quartiere degli artisti per eccellenza, vede la nascita e la diffusione di trasgressivi locali notturni, cafès, cabarets. Circondato di amici (pittori, poeti e artisti della notte), Lautrec si dà alla bella vita e frequenta i celebri Moulin Rouge, Divan Japonais, Folies Bergère. All'inizio è quasi intimorito dalla cattiva reputazione di quell'ambiente, ma poi, grazie all'amicizia con lo showman Aristide Bruant, fondatore del Mirliton, proprio a Montmartre trova ispirazione preziosa per le sue ricerche d'artista.
Evidenzia così nuove connessioni fra l'arte e la vita quotidiana affermandosi come una figura centrale nella società decadente che raffigura. La sua attenzione è rivolta ai personaggi: mette a fuoco e analizza da vicino i 'tipi' umani che incontra, presentandoli sotto una luce distorta, ironica, tramite nuove inquadrature, nuovi tagli delle scene, nuovi colori e giustapposizioni di colore. (segue)
La tipologia dei soggetti rappresentati è la più varia: ballerine, habituès dei cafès, borghesi goderecci, il popolo notturno, ma anche prostitute e le masse di derelitti che vivono ai margini della società, un'umanità che anche Picasso, nel suo soggiorno parigino, rappresenterà proprio nel momento del commiato di Lautrec, morto trentasettenne come Raffaello, Parmigianino, Watteau, Van Gogh, da quel mondo e dalla vita.
Una mostra su Henri de Toulouse-Lautrec in Italia mancava da parecchi anni. L'esposizione, che inaugura la presidenza di Giancarlo Forestieri, è curata da Stefano Roffi (con saggi in catalogo di Arturo Carlo Quintavalle, Ada Masoero, Mauro Carrera e del curatore) ed è frutto della collaborazione della Magnani Rocca col Museum of Fine Arts di Boston, col Musèe d'Ixelles-Bruxelles, con la Fondazione E. G. Buhrle di Zurigo, col Mibac - Soprintendenza Bsae per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso, con la Galleria d'Arte Moderna di Milano e con altri musei e collezioni italiani ed esteri.
Mecenati dell'iniziativa sono la Fondazione Cariparma e Cariparma Crèdit Agricole.

[IMG]http://parma.repubblica.it/images/2011/08/28/195558553-c4b565f8-f229-4791-9c6c-9442310074f2.jpg[/IMG]

Fonte:http://parma.repubblica.it/

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"Degas, Lautrec, Zandò. Les Folies de Montmartre" 17 settembre - 18 dicembre 2011 Pavia
"Mi sono accorto che non avevo a che fare con un artista ma con un uomo di mondo. Uomo di mondo vuol dire uomo del mondo intero, che capisce il mondo e le ragioni misteriose e legittime di tutte le sue usanze, artista vuol dire specialista, uomo attaccato alla tavolozza come il servo della gleba. La curiosità può essere considerata punto di partenza del suo genio". Con queste parole Baudelaire coglieva il senso del "pittore della vita moderna" ed è da questa rivelazione che Lorenza Tonani, curatrice della bella mostra "Degas, Lautrec, Zandò. Les Folies de Montmartre", in scena dal 17 settembre al 18 dicembre alle Scuderie del Castello Visconteo, parte per descrivere il capitolo "Lautrec".
Sottolinea, infatti, la studiosa che è "su queste basi che è nata l'arte di Toulouse-Lautrec che visse tutta la sua breve esistenza nello stato di convalescenza, o meglio nello stato di chi, affetto da un grave problema di salute, visse rifiutando la malattia come invalidante e assaporando, per contro, fino all'eccesso, momenti e situazioni che la vita aveva da offrirgli, con quella voracità che è propria di quanti non ne intravedono la durata". E Montmartre, quartiere dall'anima bohémien per eccellenza, "covo" e rifugio della vita artistica tra la fine dell'Ottocento
e l'alba del Novecento, dove spopolavano i manifesti di Lautrec all'ingresso del Moulin Rouge, diventa il palcoscenico ideale per assaporare "fino all'eccesso" la vita.

La mostra, che raccoglie un centinaio di opere, tra pitture e grafiche, prestiti da collezioni pubbliche e private italiane e straniere, con un nucleo speciale dalla città di Toulouse, focalizza tre grandi maestri che più di ogni altro hanno vissuto e sviscerato la Butte, la collina di Montmartre col suo depravato, equivoco e "perduto" mondo di gestori di cabaret, prostitute, attrici e ballerine, clown e pittori: "Degas e Lautrec sono i più grandi esponenti di questo naturalismo artistico, che si impasta di impressionismo nel primo caso e anticipa nel secondo l'espressionismo - scrive Lorenza Tonani - Zandomeneghi, detto Zandò, rappresenta la voce italiana di questo rinnovamento e l'anello della catena che sollecita le esperienze del secondo in rapporto a quelle del primo".

E di Toulouse-Lautrec, di origini aristocratiche, nato nel 1864 ad Albi, attirato e sedotto, con la benedizione della famiglia, dalla Parigi del tourbillon artistico inaugurato da Manet, la mostra offre un interessante repertorio di lavori, a evocare, come scrive Lorenza Tonani "la scoperta della Butte, l'epifania di un universo speciale, fatto di una bohème intellettuale riunita al caffé fondato da Salis, lo Chat Noir", ma anche di "di donne vinte dalla vita, di una bellezza stanca e malinconica, decisamente abbordabili quanto a condizione sociale ma non accessibili per un nano".
D'altronde, a parte la relazione di un paio d'anni con Suzanne Valadon, eccentrica trapezista di circo, poi modella e a sua volta artista, la vita sentimentale di Lautrec si consuma tra gli amori mercenari dei bordelli (tra cui anche la prostituta che gli attaccò la sifilide), e le "passioni non corrisposte - racconta Tonani -per le più note e ammalianti vedettes dei cabaret, dei caffé-concerto e dei teatri parigini, alle quali egli regala fama ed eternità, ritraendole in diverse opere e soprattutto rendendole protagoniste di affiches destinate a moltiplicarne la notorietà". Un mondo che si scopre in opere come "Tête de femme" della Fondation Bemberg di Toulouse e "Au café: le patron et la caissière chlorotique" del Kunsthaus di Zurigo. Fino al quadro mai prima presentato in Italia, proveniente dalla National Gallery di Washington, "À la Bastille".

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di Laura Larcan
Fonte:http://www.repubblica.it/

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9/12/2011 10:07 PM
 
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"Gli anni folli. La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalí. 1918-1933"11 settembre - 8 gennaio 2012 Ferrara
I caffè più alla moda che cominciano ad aprire a Montparnasse col suo parterre di artisti e intellettuali da André Breton a Fitzgerald e Hemingway. I cabaret e i music-hall che lanciano le loro regine, come l'incontrastata Josephine Baker. Il jazz e i Balletti russi di Diaghilev che spopolano, il cinema che seduce gli artisti come la pirotecnica collaborazione tra Salvador Dalí e il regista Luis Buñuel e l'Exposition Internationale des Arts Décoratifs che consacra l'Art déco nonostante le aspre critiche di Le Corbusier. Fino alla moda che diventa il palcoscenico assoluto di Coco Chanel. E' la Parigi degli "Anni Folli", la città delle avanguardie, dalla Grande guerra all'alba del Terzo Reich. A raccontarla è la bella mostra che si apre l'11 settembre a Palazzo dei Diamanti, Gli anni folli. La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalí. 1918-1933", che organizzata da Ferrara Arte e curata da Simonetta Fraquelli, Susan Davidson e Maria Luisa Pacelli, sfoggia un repertorio di dipinti, sculture, costumi teatrali, fotografie, ready made, disegni, dai prestigiosi musei e collezioni private del mondo.
Il percorso espositivo parte dai maestri impressionisti che nel primo dopoguerra portano avanti una ricerca personale. Monet che nella sua estrema ricerca dei dinamici effetti luministici arriva ad un linguaggio
astratto, come dimostra il suo "Ponte giapponese", e Renoir che con i suoi studi sul tema delle "Bagnanti" arriva ad una sofisticata versione della statuaria classica, testimoniata dalla "Fonte", opera ammirata da Picasso e Braque, che ne possedevano una riproduzione. Si entra quindi nel vivo della Parigi come crocevia internazionale di artisti stranieri che animano la cosiddetta Ecole de Paris, "una variegata costellazione di giovani talenti dallo spirito libero - dicono i curatori - giunti nella capitale da ogni angolo del mondo e accomunati da uno stile figurativo personale e marcatamente espressivo".
Così, ecco sfilare le fantastiche visioni de "Il gallo" di Chagall o le pennellate inquiete de "Il chierichetto" di Soutine, o ancora le figure languide e assorte di Modigliani negli ultimi anni della sua vita, come il celebre "Nudo" del 1917, fino alle atmosfere glamour della polacca Tamara de Lempicka. Se si affacciano, come sfoghi "esotici", le suggestioni solari del Mediterraneo raccolte da Matisse, Bonnard e Maillol, fanno capolino conturbanti le ultime ricerche della stagione cubista, tra sperimentazioni di linee morbide e cromie calde orchestrate per chitarre, calici, bottiglie e quotidiani tra Picasso, Braque, Gris e Léger.
Proprio a Parigi, l'olandese Mondrian elaborò le sue prime creazioni neoplastiche a griglie di colori primari, raccontati da lavori come "Composizione con giallo, nero, blu, rosso e grigio" e "Losanga con due linee e blu". E sempre a Parigi Calder, sedotto dal una visita alla studio di Mondrian nel '30, intraprese la svolta delle sculture aeree, raccontata qui da "Due sfere dentro una sfera". La magia dei balletti di Diaghilev e di De Maré è raccontata dai costumi disegnati da Matisse, De Chirico e Larionov per alcune importanti produzioni.
E se la Tour Eiffel diventa soggetto per i pionieri della fotografia, ecco che fa capolino la nuova generazione di italiens de Paris, tra Severini, De Pisis, De Chirico, Savinio. Epilogo, l'avvento del dadaismo, con opere clou come il ready made di Duchamp "Air de Paris", un'ampolla di vetro contenente semplicemente aria portata da Parigi a New York, o "Cadeau" l'oggetto perverso creato da Man Ray applicando dei chiodi ad un ferro da stiro.

[IMG]http://www.repubblica.it/images/2011/09/09/145937931-137a2b44-6b2e-40a0-b570-ac390df99183.jpg[/IMG]

di Laura Larcan
Fonte: http://www.repubblica.it/

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9/19/2011 7:40 PM
 
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"Moda in Italia, 150 anni di eleganza" 16 settembre - 8 gennaio 2012 Torino
Vestivano ancora alla francese le prime Regine dell’Italia unita. I grandi stilisti di Parigi erano allora i capiscuola delle sartorie d’élite in voga nelle corti europee. Per tutto l’Ottocento e il primo Novecento dettano legge anche a Torino, Firenze e Roma. Nelle tre capitali del neonato regno italiano le signore dell’aristocrazia e dell’alta borghesia si rivolgono ai loro atelier o cercano in patria modelli ispirati alla creatività d’oltralpe. Sarà solo l’Italia repubblicana a vincere quest’egemonia. Inventerà la «moda italiana», quel raffinato e disinvolto stile che conquisterà il mondo. L’anno della svolta sarà il 1951, quando Giovanni Battista Giorgini farà sfilare a casa sua, nella villa Torrigiani di Firenze, le future grandi firme della sartoria italiana. Parigi dovrà inchinarsi.
E’ quanto narra la mostra «Moda in Italia, 150 anni di eleganza», allestita fino all’8 gennaio nelle «Sale delle arti» della Reggia di Venaria Reale, alle porte di Torino, con il sostegno del «Comitato Italia 150». Spazia dal 1861 ai nostri giorni. Nasce da un’idea di Alberto Vanelli, direttore della residenza, e di Dino Trappetti. E’ il presidente della «Fondazione Tirelli Trappetti» di Roma, che offre gran parte dei 200 abiti esposti in otto sezioni. Un allestimento di Michele De Lucchi, animato da giochi di specchi, quali simboli di vanità e dei riflessi mondani dei «défilé», esalta un percorso espositivo curato da due bei nomi della comunicazione. La scenografa e premio Oscar Gabriella Pescucci rievoca la moda fra Ottocento e primo Novecento. Mentre Franca Sozzani, direttrice di «Vogue Italia», fa scoprire al visitatore il successivo trionfo dello stile italiano. A loro si affiancano gli storici Clara Goria, Andrea Merlotti, Massimo Cantini e Marco Urizi, ma anche Laura Tonatto che, alle voci e alle musiche dei tempi evocati, aggiunge quattro «stazioni olfattive» di profumi d’epoca.
«E’ una mostra - assicura Vanelli - che sposa rigore storico e atmosfere seducenti. Racconta la moda come specchio della società e ne esalta i sogni». Spazia dalle crinoline della vanitosa Contessa di Castiglione ai tacchi dorati di Marilyn Monroe. Ostenta gli abiti da cerimonia delle Regine Margherita ed Elena di Savoia e i seducenti vestiti di Eleonora Duse. Sfiora il fascino della creatività di Elsa Schiaparelli, la rivale italiana di Coco Chanel e raggiunge la grazia composta del vestire di Audrey Hepburn. Sorprende con i panciotti policromi del futurista Fortunato Depero. E sfida lo scandalo con l’abito talare realizzato dalle sorelle Fontana per Ava Gardner, poi riutilizzato da Anita Ekberg nella «Dolce Vita» di Fellini.
La storia del Paese e l’evolversi del costume si accompagnano per raccontare anche la riscoperta del corpo della donna. Oltre la vanitosa dama di corte, irrigidita nei busti e nella sua magnificenza, compaiono donne che liberano poco alla volta le loro forme. Il nero e imbustato abito della Castiglione e quello candido, risorgimentale, indossato da Claudia Cardinale nel «Gattopardo», cedono il passo alla gonna «tournure». Si limita ad ingabbiare un cuscino sul sedere. Quindi compare il «cul de Paris», che ammorbidisce ulteriormente l’imbottito. Diventerà ancora più lieve con il «fagiolo», esibito sotto le strette gonne delle dame rese immortali da dipinti di Giovanni Boldini. Ecco poi le prime gonne pantalone, le «jupe-culottes» del 1911, giudicate «strafottenti» dai gelosi maschi dell’epoca, sfidati nel diritto esclusivo di portare i pantaloni.
Sarà la prima guerra mondiale, citata con divise di Gabriele D’Annunzio e uniformi, a rendere più sobrie le donne, chiamate a lavorare al posto degli uomini e quindi a vestire abiti più pratici. Finché, negli anni Venti del Novecento, la gioia per la pace recuperata farà cadere anche i busti femminili. Si libereranno i seni in scintillanti abiti da Charleston, esposti su manichini che sembrano librarsi. In seguito anche fascismo e nazismo cercheranno di firmare la moda. Lo testimonia un abito trapunto di luminose svastiche. Ma segna la fine di un’epoca. La mostra volta pagina. Con il «Blu dipinto di blu» di Domenico Modugno vola verso una nuova operosa stagione. Affermerà il miracolo italiano e l’originalità dei suoi stilisti. Si presentano riflessi da specchi e proiezioni, fino a una trionfale passerella dei loro capolavori, in un vanitoso e multimediale teatro color rosa cipria.

[IMG]http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/costume/venaria01g.jpg[/IMG]

di Maurizio Lupo
Fonte: http://www.lastampa.it/redazione/default.asp

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9/24/2011 9:40 PM
 
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"Il Simbolismo in Italia" 1 ottobre - 12 febbraio 2012 Padova
Federico Bano annuncia “Il Simbolismo in Italia”. L’appuntamento, per molti versi imperdibile, è dal primo ottobre di quest’anno al dodici febbraio del 2012, a Padova, in Palazzo Zabarella.
A realizzare questa nuova impresa la Fondazione Bano, qui ancora una volta insieme alla Fondazione Antonveneta, ha chiamato Fernando Mazzocca e Carlo Sisi con Maria Vittoria Marini Clarelli, direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
Il tema e l’ambito sono ben noti: a cavallo tra Otto e Novecento, l’inconscio irrompe nell’arte e nulla sarà più come prima. È la scoperta di un mondo “altro”, affascinante, intrigante, di una nuova lente che vira la percezione di ogni realtà, si tratti di un paesaggio fisico e di un moto dell’anima.
È la storia di un movimento che si estende velocemente su scala europea ma che qui viene compitamente – ed è la prima volta – indagato nella sua fondamentale vicenda italiana. Non senza proporre confronti oltre confine e in particolare con l’ambito austriaco del Simbolismo: valgano tra tutti la Giuditta – Salomè, di Gustav Klimt o Il Peccato, celebre capolavoro di Franz von Stuck: due opere che valgono da sole la visita alla mostra.
Ma se i raffronti internazionali sono di assoluta qualità, ciò che di italiano offrono le otto sezioni di questa mostra, non è certo da meno.Sono opere che, nel loro insieme, ricostruiscono quel dibattito sulla missione dell’arte che infuocò quegli anni di decisive mutazioni sociali. Opere che evocano ciò che aleggiava negli ambienti letterari e filosofici di Gabriele D’Annunzio o di Angelo Conti o nei cenacoli musicali devoti a Wagner, mentre le Esposizioni portavano in Italia i fermenti dei movimenti europei.
Proprio con una esposizione, la Triennale di Brera del 1891, si apre l’itinerario della mostra che presenta affiancate Le due madri di Giovanni Segantini e Maternità di Gaetano Previati, quadri che segnano la sintesi fra divisionismo e contenuti simbolici. Segue una sezione dedicata ai ‘protagonisti’: gli artisti italiani e stranieri che parteciparono direttamente a quell’avventura poetica cresciuta intorno al Manifesto del 1886 di Jean Moréas e all’ “arte di pensiero” foriera della poetica degli stati d’animo.
“Un paesaggio è uno stato dell’anima” scriveva Henry-Frédéric Amiel e a questo principio è ispirata la sezione che, trattando del sentimento panico della natura, espone opere dove prevalgono, nella rappresentazione del paesaggio, la nebbia, i bagliori notturni, la variabilità atmosferica, le situazioni insomma più facilmente collegabili ai turbamenti psicologici. A prefazione di questo tema l’ Isola dei morti di Böcklin nella raffinata ed inedita versione di Otto Vermehren, affiancata dai dipinti di Vittore Grubicy, di Pellizza da Volpedo, di Plinio Nomellini.
Il mistero della vita è il soggetto della successiva sezione. Qui troviamo la rappresentazione di azioni quotidiane: la processione, le gioie materne, il viatico, la partenza mattutina. Emblemi di quell’ “artista veggente” che aveva il compito, secondo le teorie simboliste, di decifrare il mondo dei fenomeni e di cogliere le affinità latenti e misteriose esistenti tra l’uomo e la realtà circostante. Alle soglie del Novecento, Angelo Conti affermava che la natura, anche nelle sue calme apparenze, era “tutta uno spasimo, una frenesia di rivelarsi ed esprimere, per mezzo dell’uomo il segreto della sua vita”: un segreto che spesso era demandato a rappresentazioni dense di rimandi letterari, di evocazioni mitologiche cariche di sensualità, in cui l’artista esibiva la capacità di trasformarne quei contenuti in immaginazioni rare e coinvolgenti, come nei dipinti di Pellizza da Volpedo, Morbelli e Casorati.
L’ispirazione preraffaellita domina la pittura di Giulio Aristide Sartorio, Adolfo De Carolis realizza le aspirazioni figurative di D’Annunzio, Galileo Chini intesse sontuose e iridescenti allegorie, Leonardo Bistolfi interroga la Sfinge, Gaetano Previati riscopre nella storia il dramma di Cleopatra: le sezioni che illustrano il mito e l’allegoria propongono i capolavori di questi artisti mettendone in evidenza la portata internazionale attraverso il confronto – clamoroso per importanza e qualità – con le opere di Gustav Klimt e di Franz von Stuck.
È nella sezione dedicata al ‘bianco e nero’, cioè alla nutrita produzione grafica degli anni fra Otto e Novecento, che meglio si comprende il dialogo degli italiani con la cultura figurativa mitteleuropea, impegnata ad indagare i più riposti sentimenti dell’uomo, i suoi fantasmi interiori. Spiccano in questa i fogli di Gaetano Previati, di Alberto Martini, di Romolo Romani, di Giovanni Costetti, di Umberto Boccioni, del giovane Ottone Rosai, che variano dall’allegorico, al fiabesco, al fantastico, all’orrido, confermando l’idea allora ricorrente che solo attraverso il disegno si riuscisse a preservare la spiritualità della visione dalle scorie della quotidiana esperienza.
Il percorso della mostra si conclude nella ‘Sala del Sogno’, che alla Biennale di Venezia del 1907 aveva consacrato le istanze e le realizzazioni della generazione simbolista creando una vera e propria scenografia affidata all’ingegno decorativo di Galileo Chini e agli artisti che, con la loro militanza, avevano contribuito ad alimentare le poetiche del ‘piacere’ e dell’inquietudine, della bellezza e del mito, della spiritualità e degli stati d’animo, sostenendole con tenacia fino alle soglie della rivoluzione futurista cui introducono due capolavori ancora simbolisti di Umberto Boccioni come Il sogno (Paolo e Francesca) e La madre che cuce.

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Fonte: http://www.zabarella.it/

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10/1/2011 11:47 AM
 
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TORNA A FIRENZE LA BIENNALE ANTIQUARIATO

Si apre a Firenze, a Palazzo Corsini, la XXVII Biennale dell'Antiquariato.
Da oggi al 9 ottobre in esposizione le opere di 88 antiquari italiani e stranieri.

Fiori all'occhiello della Biennale una formella in marmo di Luca della Robbia raffigurante una Madonna col Bimbo in trono tra santi,una scultura di Canova, 7 disegni del Canaletto e una scultura in terracotta di Alessandro Algardi.

Palazzo Corsini si trasformerà in un museo: 2780 opere esposte, si spazia dai dipinti ai piatti, dai libri alle sculture. Un excursus nella straordinaria varietà della storia artistica italiana.

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10/9/2011 2:19 PM
 
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"Josef Albers" 9 ottobre - 8 gennaio 2012 Modena
Collage di vetri, stoffe, legni, fotografie, copertine di dischi, quadri ad olio dove il colore viene scaricato direttamente dai tubetti a coreografare effetti di ambiguità percettiva a suon di forme geometriche. Pittore, designer, grafico, il tedesco Josef Albers (1888-1976) è stato uno dei protagonisti più significativi della stagione del Bauhaus, la scuola fondata da Walter Gropius, prima come allievo e poi ininterrottamente docente fino alla chiusura nel 1933 per le pressioni dei nazisti, attraverso le varie sedi di Weimar, Dessau e Berlino. Dopo esser stato collega in cattedra di Klee e Kandinskij, sbarcò allo sperimentale Black Mountain College del North Carolina, dove insegneranno anche John Cage, Merce Cunningham e lo stesso Gropius, finendo per collezionare allievi prestigiosi come Robert Rauschenberg e Cy Twombly, solo per citarne alcuni.
La sua parabola creativa, tra le più originali ed eclettiche delle avanguardie del Novecento, viene raccontata per la prima volta in Italia dalla grande mostra "Josef Albers", dall'8 ottobre all'8 gennaio alla Galleria Civica di Modena sotto la cura del suo direttore Marco Pierini. Grazie alla preziosa collaborazione con la Josef & Anni Albers Foundation di Bethany (Connecticut) arriva a Modena l'intera collezione americana, con una sola eccezione, di 179 opere. C'è tutto il suo universo di ricerca artistica applicata, in questo percorso.

Degli anni del Bauhaus, sfilano dodici lavori in vetro realizzate dal 1921 al 1932, i suoi collage di vetri traslucidi su tavola, con cui elaborava virtuosistici giochi di luce in una continua variazione di sfumature. Ancora, ventonove fotografie accanto ai suoi assemblaggi di immagini per orchestrare i bizzarri photocollage, insieme ad una piccola selezione di xilografie e di gouache. Un repertorio che testimonia la sua spiccata sensibilità alla manipolazione delle geometrie, costruendo scacchiere e griglie di forme isometriche per ottenere effetti prospettici innovativi, quasi a cercare una pionieristica tridimensionalità. Spiccano anche i mobili disegnati in questo periodo, che fondono in un linguaggio innovativo funzionalità e purezza di linee accanto alla sperimentazione dei materiali più disparati.
Con il Black Mountain College, Albers sfodera una pittura a olio materica, dosata con la spatola, cavando il colore direttamente dal tubetto. Una scelta testimoniata da una decina di dipinti della seconda metà degli anni Trenta e degli anni Quaranta, che svelano la sapiente cura delle affinità cromatiche. Lo spazio della Palazzina dei Giardini dedica la scena alla nota serie delle "Varianti" (1947-1952), mentre la sala grande di Palazzo Santa Margherita accoglie il ciclo della maturità "Omaggio al quadrato" (1950-1976), che si fregia di un prestito di un'importante collezione privata americana, e sfoggia l'ultimo "omaggio", compiuto a poche settimane dalla morte dell'artista, il 25 marzo 1976.
La bellezza di questa sequenza cronologica di lavori sta tutta nella incredibile varietà di accordi cromatici in funzione del formato della tela: la cura maniacale e certosina dei pigmenti di colori ravvicinati orchestra effetti di profondità che animano in modo spettacolare la superficie del quadro. Una chicca, sono anche le sette copertine di dischi disegnate per la Command Records, la casa discografica fondata dal violinista e ingegnere del suono Enoch Light con l'innovativa confezione apribile, "gatefold sleeve", la cui invenzione si deve proprio alla collaborazione fra Josef Albers e Enoch Light.
Come dice Marco Pierini: "Dalle sabbiature tentate sul vetro negli anni Venti, fino alle distese di prove di colore poggiate sul pavimento per scegliere i giusti rapporti di un nuovo Omaggio al quadrato, l'attitudine di Albers è rimasta sempre la medesima, quella di un infaticabile, coraggioso, avventuroso scienziato alle prese con un esperimento, se è vero che - come insegna Gregory Bateson - la scienza non prova, esplora".

[IMG]http://milanoartexpo.files.wordpress.com/2011/10/josef-albers-homage-to-the-square-1976-olio-su-masonite-oil-on-masonite-6096-x-6096-cm-josef-anni-albers-foundation-bethany-ct.jpeg[/IMG]

di Laura Larcan
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10/12/2011 3:01 PM
 
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ROMA, IN MOSTRA ARTE RUSSA DEL NOVECENTO

Il Palazzo delle Esposizioni di Roma ospita fino all'8 gennaio due grandi rassegne sull'arte russa del Novecento.

Una è dedicata al fotografo Aleksandr Rodcenko (1891-1956) e riunisce gli scatti prestati dalla collezione della famiglia. L'artista si cimentò nella pittura, nel design, nel teatro, ma fu nel campo della fotografia che introdusse i principi del Costruttivismo.
L'altra mostra riunisce per la prima volta i capolavori dei Realismi socialisti, custoditi nei maggiori musei russi. L'esposizione, dalle ultime fasi della Guerra civile agli anni '70, mira a smentire il mito del Realismo socialista come forma d'arte monolitica.
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10/13/2011 9:34 PM
 
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Re:
texdionis, 12/10/2011 15.01:

ROMA, IN MOSTRA ARTE RUSSA DEL NOVECENTO
L'altra mostra riunisce per la prima volta i capolavori dei Realismi socialisti, custoditi nei maggiori musei russi. L'esposizione, dalle ultime fasi della Guerra civile agli anni '70, mira a smentire il mito del Realismo socialista come forma d'arte monolitica.



[SM=x44479] [SM=x44479] [SM=x44479] [SM=x44479] ho visto in rete alcune delle opere che saranno esposte


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10/25/2011 7:39 PM
 
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"Audrey a Roma. Esterno giorno" 26 ottobre - 4 dicembre 2011 Roma
Istantanee, non in posa, immagini poco ufficiali, con lei ritratta in giro per la città mentre fa la spesa dai vecchi «pizzicagnoli», a casa, all' uscita da un teatro, qualche volta durante serate più mondane, ma spesso, semplicemente, mentre porta a spasso i figli. Insomma, le foto (quasi) mai viste, in buona parte inedite, per raccontare il rapporto con la sua seconda città - l' amatissima Roma - di una delle più consacrate icone del cinema e dell' eleganza del XX secolo: Audrey Hepburn. E «Audrey a Roma», oltre che il titolo della mostra che apre al pubblico da mercoledì all' Ara Pacis - omaggio che raccoglie anche video e oggetti personali appartenuti alla diva più antidiva della Settima Arte - è anche il nome del volume, edito da Mondadori, che accompagna la rassegna: poco meno di duecento pagine e 194 illustrazioni, introdotte da un' epigrafe in cui l' attrice racconta: «Ogni città nel suo genere è indimenticabile. Tuttavia, se mi chiedete quale preferisco, direi Roma... il ricordo di questa visita non mi abbandonerà finché vivrò». Tanto vero (si era ai tempi del film «Vacanze romane») che poi, per una serie di intrecci del destino, Audrey sceglierà proprio Roma come sua città, e a Roma nascerà il suo secondogenito, Luca Dotti, nato nel 1970 dal matrimonio dell' attrice con lo psichiatra Andrea. E il libro è curato proprio da Luca, che introduce il volume con un ritratto privato e intimo della madre, e da Ludovica Damiani, con testi di Sciascia Gambaccini per brevi spaccati di costume sui decenni romani di una delle donne più pop e riprodotte del secolo («gadgetmania» dagli accendini ai poster). Eppure libro e mostra tentano proprio l' operazione di sottrarre l' icona-Audrey alla mitologia più scontata, fornendo uno spaccato - quasi una sorta di diario intimo fotografico - in cui l' attrice appare, già prima di abbandonare le scene e di diventare ambasciatrice Unicef, non sotto la luce diretta dei riflettori (presente in mostra anche un video inedito con immagini tratte da archivi famigliari). Apparati a parte, tre i decenni in cui è suddiviso il testo: Cinquanta, Sessanta, Settanta, con l' antidiva che via via lascia sempre più spazio alla donna, alla madre, alla protagonista discreta di una mondanità mai troppo urlata: la bella casa sulla collina dei Parioli, un cinema la sera, qualche compleanno, il matrimonio di un' amica, sempre e comunque testimonial di un' eleganza quasi prototipica, tutta sua e impeccabile, «iconizzata» fin dai tempi del suo sodalizio con Givenchy. Poi ovvio, Audrey è sempre Audrey, la Hepburn : motivo per cui, inevitabilmente, il racconto fotografico, pur incentrato su di lei non necessariamente star hollywoodiana, intreccia anche volti, personaggi e giganti di un' epoca: la bottega di alimentari certo, ma anche tutto un universo di happy few , in cui oltre a immancabili star (Gregory Peck, King Vidor, Charlton Heston, William Wyler...), oltre alle foto con il primo marito Mel Ferrer e con il primogenito Sean, è proprio Roma a far da protagonista: con l' attrice ripresa mentre fa colazione in una piazza Navona d' altri tempi, con le tante discese dalle scalette degli aerei a Ciampino e Fiumicino, con gli scatti che immortalano una stretta di mano con Gina Lollobrigida, un bacio di Alberto Sordi, un buffo ballo con il «piccoletto» Rascel o una passeggiata a Trinità dei Monti con Famous , Yorkshire a pelo lungo. Altre immagini la immortalano ovviamente a Cinecittà, mentre fa acquisti in centro, all' edicola, alle prime romane dei suoi film, di volta in volta con De Laurentiis, De Sica, la Vitti, oppure spensierata interprete di uno spaccato di costume dell' Italia che fu, con perfetta siluette a bordo di un' Alfa spider mentre attraversa il quartiere Eur, o in compagnia degli amici Torlonia, Franchetti, Rudy e Consuelo Crespi, ma anche sotto casa della suocera a Campo de' Fiori, come la ricorda Luca Dotti nel bel ritratto che introduce il volume: «Poco tempo fa, lasciandomi davanti a casa, un tassista mi disse: "Io lo conosco questo posto, anni fa qui ci portavo una signora bellissima". Quella signora era mia madre, ma con quella strana grazia che i romani sanno inaspettatamente tirare fuori, lui non la nominò. Come quel tassista, tanti a Roma, nei quasi vent' anni in cui mamma vi ha vissuto, l' hanno conosciuta così: una signora che amava portare i suoi figli a scuola e fare lunghe passeggiate con i suoi cani. Se ai fotografi capitava di incrociarla, magari la inquadravano in una viuzza nei pressi di Campo de' Fiori, mentre con suo marito aspettava che la suocera le aprisse la porta per la colazione della domenica». Edoardo Sassi RIPRODUZIONE RISERVATA **** La scheda La mostra omaggio «Audrey a Roma. Esterno giorno», a sostegno dell' Unicef, di cui la Hepburn fu ambasciatrice a partire dal 1988, apre al pubblico mercoledì al Museo dell' Ara Pacis, dove resterà allestita fino al 4 dicembre (tel. 060608). L' esposizione è promossa dall' assessorato alle Politiche culturali di Roma Capitale, da Audrey Hepburn Children' s Fund e Unicef. Per l' occasione Mondadori pubblica il volume «Audrey a Roma» (192 pagine, 194 illustrazioni, euro 24,90) in libreria già da martedì, stesso giorno in cui l' esposizione sarà inaugurata e presentata alla stampa. Ideatore e curatore della rassegna Luca Dotti, secondogenito dell' attrice, con Ludovica Damiani, Sciascia Gambaccini, Guido Torlonia, Sava Bisazzi Terracini.

di Edoardo Sassi
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10/25/2011 7:53 PM
 
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'Dall'apparenza alla trascendenza" 25 novembre - 11 marzo 2012 Aosta
Dai ritratti di Marilyn e Mao alla scatola della zuppa Campbell's e alle cover discografiche per la mostra di Andy Warhol, 'Dall'apparenza alla trascendenzà rappresenta il principale evento della stagione espositiva valdostana: dal 25 novembre all'11 marzo prossimi il centro Saint-Benin, nel cuore di Aosta, ospiterà la rassegna dedicata ad uno degli artisti di culto del 20/o secolo, padre della pop art americana.
In mostra vi saranno opere - tutti pezzi unici, diversi per tecniche e dimensioni - realizzate da Warhol tra il 1957 e il 1987, tra cui serigrafie, grafiche, multipli e memorabilia, provenienti da 23 collezioni e selezionate in modo da documentare il percorso artistico dell'autore. Spiccano i ritratti dei personaggi più famosi degli anni '60 e '70 - da Mao a Marilyn Monroe, da Mick Jagger a Liza Minnelli, oltre ad uno dei più efficaci autoritratti dello stesso Warhol - ma non mancano altri soggetti a cui l'artista statunitense rivolse l'attenzione come gli Space Fruits, le Campbell's Soup, i Carton Box, i Flowers e le copertine discografiche tanto ambite dai collezionisti.
"Il percorso della mostra - spiegano gli organizzatori - intende anche porre l'accento sulle opere che rappresentano la parte più intima della riflessione di Warhol, quella esteticamente più vicina alle sue radici europee, contribuendo così ad una rivisitazione della sua poetica più profonda". Per l'assessore regionale alla cultura, Laurent Vierin, si tratta "di un'iniziativa culturale di rilievo e valenza internazionale, che si inserisce in un'offerta coordinata e integrata volta alla promozione e valorizzazione della cultura in tutti i suoi aspetti".
"La mostra - aggiunge - costituisce un omaggio a un artista cruciale e amatissimo dal pubblico, ma anche un momento di riflessione sulla comunicazione di massa e sul significato dell'arte nella società di oggi e potrà così interessare un vasto pubblico, in particolare i giovani e le scuole che dedicano da sempre ampio spazio alla conoscenza di questo artista e dei suoi messaggi". Curata da Francesco Nuvolari, l'esposizione è accompagnata da un catalogo trilingue (italiano, francese e inglese), edito da Sala Editori, in cui sono riprodotte tutte le opere in mostra.

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di Enrico Marcoz
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10/25/2011 11:22 PM
 
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Re: "Audrey a Roma. Esterno giorno" 26 ottobre - 4 dicembre 2011 Roma
killing zoe, 25/10/2011 19.39:

Istantanee, non in posa, immagini poco ufficiali, con lei ritratta in giro per la città mentre fa la spesa dai vecchi «pizzicagnoli», a casa, all' uscita da un teatro, qualche volta durante serate più mondane, ma spesso, semplicemente, mentre porta a spasso i figli. Insomma, le foto (quasi) mai viste, in buona parte inedite, per raccontare il rapporto con la sua seconda città - l' amatissima Roma - di una delle più consacrate icone del cinema e dell' eleganza del XX secolo: Audrey Hepburn. E «Audrey a Roma», oltre che il titolo della mostra che apre al pubblico da mercoledì all' Ara Pacis - omaggio che raccoglie anche video e oggetti personali appartenuti alla diva più antidiva della Settima Arte - è anche il nome del volume, edito da Mondadori, che accompagna la rassegna: poco meno di duecento pagine e 194 illustrazioni, introdotte da un' epigrafe in cui l' attrice racconta: «Ogni città nel suo genere è indimenticabile. Tuttavia, se mi chiedete quale preferisco, direi Roma... il ricordo di questa visita non mi abbandonerà finché vivrò». Tanto vero (si era ai tempi del film «Vacanze romane») che poi, per una serie di intrecci del destino, Audrey sceglierà proprio Roma come sua città, e a Roma nascerà il suo secondogenito, Luca Dotti, nato nel 1970 dal matrimonio dell' attrice con lo psichiatra Andrea. E il libro è curato proprio da Luca, che introduce il volume con un ritratto privato e intimo della madre, e da Ludovica Damiani, con testi di Sciascia Gambaccini per brevi spaccati di costume sui decenni romani di una delle donne più pop e riprodotte del secolo («gadgetmania» dagli accendini ai poster). Eppure libro e mostra tentano proprio l' operazione di sottrarre l' icona-Audrey alla mitologia più scontata, fornendo uno spaccato - quasi una sorta di diario intimo fotografico - in cui l' attrice appare, già prima di abbandonare le scene e di diventare ambasciatrice Unicef, non sotto la luce diretta dei riflettori (presente in mostra anche un video inedito con immagini tratte da archivi famigliari). Apparati a parte, tre i decenni in cui è suddiviso il testo: Cinquanta, Sessanta, Settanta, con l' antidiva che via via lascia sempre più spazio alla donna, alla madre, alla protagonista discreta di una mondanità mai troppo urlata: la bella casa sulla collina dei Parioli, un cinema la sera, qualche compleanno, il matrimonio di un' amica, sempre e comunque testimonial di un' eleganza quasi prototipica, tutta sua e impeccabile, «iconizzata» fin dai tempi del suo sodalizio con Givenchy. Poi ovvio, Audrey è sempre Audrey, la Hepburn : motivo per cui, inevitabilmente, il racconto fotografico, pur incentrato su di lei non necessariamente star hollywoodiana, intreccia anche volti, personaggi e giganti di un' epoca: la bottega di alimentari certo, ma anche tutto un universo di happy few , in cui oltre a immancabili star (Gregory Peck, King Vidor, Charlton Heston, William Wyler...), oltre alle foto con il primo marito Mel Ferrer e con il primogenito Sean, è proprio Roma a far da protagonista: con l' attrice ripresa mentre fa colazione in una piazza Navona d' altri tempi, con le tante discese dalle scalette degli aerei a Ciampino e Fiumicino, con gli scatti che immortalano una stretta di mano con Gina Lollobrigida, un bacio di Alberto Sordi, un buffo ballo con il «piccoletto» Rascel o una passeggiata a Trinità dei Monti con Famous , Yorkshire a pelo lungo. Altre immagini la immortalano ovviamente a Cinecittà, mentre fa acquisti in centro, all' edicola, alle prime romane dei suoi film, di volta in volta con De Laurentiis, De Sica, la Vitti, oppure spensierata interprete di uno spaccato di costume dell' Italia che fu, con perfetta siluette a bordo di un' Alfa spider mentre attraversa il quartiere Eur, o in compagnia degli amici Torlonia, Franchetti, Rudy e Consuelo Crespi, ma anche sotto casa della suocera a Campo de' Fiori, come la ricorda Luca Dotti nel bel ritratto che introduce il volume: «Poco tempo fa, lasciandomi davanti a casa, un tassista mi disse: "Io lo conosco questo posto, anni fa qui ci portavo una signora bellissima". Quella signora era mia madre, ma con quella strana grazia che i romani sanno inaspettatamente tirare fuori, lui non la nominò. Come quel tassista, tanti a Roma, nei quasi vent' anni in cui mamma vi ha vissuto, l' hanno conosciuta così: una signora che amava portare i suoi figli a scuola e fare lunghe passeggiate con i suoi cani. Se ai fotografi capitava di incrociarla, magari la inquadravano in una viuzza nei pressi di Campo de' Fiori, mentre con suo marito aspettava che la suocera le aprisse la porta per la colazione della domenica». Edoardo Sassi RIPRODUZIONE RISERVATA **** La scheda La mostra omaggio «Audrey a Roma. Esterno giorno», a sostegno dell' Unicef, di cui la Hepburn fu ambasciatrice a partire dal 1988, apre al pubblico mercoledì al Museo dell' Ara Pacis, dove resterà allestita fino al 4 dicembre (tel. 060608). L' esposizione è promossa dall' assessorato alle Politiche culturali di Roma Capitale, da Audrey Hepburn Children' s Fund e Unicef. Per l' occasione Mondadori pubblica il volume «Audrey a Roma» (192 pagine, 194 illustrazioni, euro 24,90) in libreria già da martedì, stesso giorno in cui l' esposizione sarà inaugurata e presentata alla stampa. Ideatore e curatore della rassegna Luca Dotti, secondogenito dell' attrice, con Ludovica Damiani, Sciascia Gambaccini, Guido Torlonia, Sava Bisazzi Terracini.

di Edoardo Sassi
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11/6/2011 3:35 PM
 
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Tocca diverse geografie d'Oriente, dal Giappone al Nepal, dall'India alla Cina, un viaggio nell'universo femminile ritratto nell'arte asiatica e racchiuso in una mostra che apre i battenti a Torino lunedì 7 novembre in via della Rocca 29, da Schreiber Collezioni.
Attraverso sculture in bronzo, ceramiche o terrecotte, porcellane, papier peint, statuette lignee, lacche, xilografie, inchiostri e dipinti, in una cavalcata tra secoli e dinastie, l'esposizione percorre e declina diverse sfaccettature del pianeta donna, da piccoli racconti di vita familiare di custodi della serenità casalinga ai gioielli sfarzosi delle corti imperiali, dalle dame e le concubine alle nobildonne, fino al pantheon delle divinità orientali. Ci sono principesse, danzatrici, suonatrici, e si schiudono anche le porte dell'universo erotico cinese, con la donna vista come oggetto di piacere e costretta ad ogni sacrificio per aumentare il suo richiamo fisico, a partire dalla mutilazione dei piedi fasciati e deformati per diventare più piccoli e arcuati. Un'usanza durata secoli, che costringeva le giovani a incespicare appoggiandosi alle pareti e aiutandosi col bastone per non finire a terra. S'intravedono donne coraggiose, capaci di farsi largo, e donne piegate nella loro volontà di emergere, vittime di una sopraffazione che arriva all'infanticidio e alle stragi di bambine, oltre alla prostituzione e alla poligamia delle classi abbienti.
Le acconciature, le preziose scarpine, le fogge degli abiti e dei gioielli raccontano un costume che s'è evoluto nei secoli e celebrano anche figure femminili come Lan'er, che nel 1862 riuscì, tra complotti e intrighi di corte, a farsi proclamare Imperatrice reggente, e regnò ininterrottamente sul Celeste impero fino alla sua morte, nel 1908. Il titolo della rassegna, "Luce - immagini femminili nell'arte asiatica", rimanda ad un'altra leggendaria figura: Wu Zetian detta Luce, l'unica donna a fondare la propria dinastia, che nel VII secolo dopo Cristo regnò per quasi cinquant'anni. La rassegna resterà aperta fino al 23 dicembre, dal lunedì al venerdì dalle 11 alle 18, il sabato su appuntamento. Info: www.arteorientaleschreiber.com, 011836487, schreiber.collezioni@libero.it.

[IMG]http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/arte/mostraa01g.jpg[/IMG]

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