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IperCaforum il forum degli ipercafoni

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Facebook   PALCOSCENICO - l'arte dietro il siparioLast Update: 12/31/2013 1:11 PM
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12/11/2008 10:34 PM
 
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"Porto a teatro la masturbazione"
I progetti del regista Tinto Brass


Un tornado di idee, progetti e anche una parte in cui recita se stesso nel corto "Breve storia di un grande amore" del regista Zanin. Tinto Brass ha eletto la sua nuova musa Caterina Varzi, un (ex) avvocato. Con lei, oltre ad aver terminato "Ziva- L'isola che non c'è", girerà "Hotel Courbet"e poi la porterà a teatro con "Dna, parla di un masturbatore compulsivo". Infine: "Ciò che conta ai miei provini è il culo, specchio dell'anima".

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Il regista veneziano garantisce, durante ad una intervista ad Apcom, che Caterina Varzi è "bellissima", aggiungendo che farà da protagonista a "due, forse tre" cose in fase di preparazione. "Prima di tutto reciterà nel corto erotico 'Hotel Courbet', poi sarà protagonista di un film che sto preparando e che girerò in primavera - ha detto - nel ruolo della guardiana di un faro".

Forse, annuncia, "l'ho convinta a debuttare anche in teatro". Si tratta di un doppio debutto, visto perchè il testo teatrale è firmato dal maestro del cinema erotico: "Si chiama Dna, parla di un masturbatore compulsivo, che grazie all'esercizio sistematico della masturbazione riesce a liberarsi dalla sua follia". Brass sta ancora cercando l'attore per il ruolo maschile.

Ciò che conta per Tinto Brass in provino è il "lato B". "No 'lato B', non so cosa sia. Si dice culo. E il culo è lo specchio dell'anima": diretto e provocatorio come sempre Tinto Brass, risponde così parlando del cammeo in "Breve storia di un grande amore", del regista esordiente Max Zanin, suo assistente alla regia e sceneggiatore da diversi anni.

Una cameriera in un ristorante di Mantova (città molto 'sensuale', dice) sta al gioco del maestro del cinema erotico, che intepreta se stesso, e si presta a un provino raccogliendo una monetina e mostrando così il suo "lato B". "E' la parodia, un'interpretazione iperbolica del personaggio Tinto Brass - ha spiegato - sono stereotipi che mi riguardano e io sottolineo queste forzature". Ma lei i provini li fa veramente così? "Senta, io se faccio un provino per una ragazza ho bisogno di vederla nuda, perchè... Si suppone che deve recitare con tutto il corpo".

"Mantova è una città molto sensuale - prosegue il cineasta veneziano, che nella città ha ambientato anche il suo "Monamour" due anni fa - i suoi colori, il cibo, le donne mantovane". Tra le altre città erotiche italiane - secondo lui - c'è sicuramente la sua Venezia: "Una città alcova, per le strade di notte, trovi due che stanno facendo l'amore, non due che si accoltellano".

Di Zanin, Tinto, intervistato da Apcom, dice: "Avevo già apprezzato le sue qualità di regista in una serie di corti erotici per i quali facevo da sponsor. Lui è anche un'ottima penna, un bravo sceneggiatore". Lodi anche per l'attrice protagonista, Marika Quadri: "Ha una grande fotogenia, è anche brava sul piano della recitazione, perchè è mobile, piena di sottintesi e ammiccamenti...". Del cameo è soddisfatto: "E' una parodia, un'interpretazione iperbolica del personaggio Tinto Brass". Nel cast c'è anche Andrea Roncato, nel ruolo di un autore televisivo alla ricerca di avventure facili nella provincia mantovana.

Fonte: tgcom

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12/22/2008 10:59 PM
 
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mio fratello la porta nel bagno............ [SM=x44457] [SM=x44457]
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12/23/2008 12:54 AM
 
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[SM=x44466]

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"passo la notte buttando piatti per terra sperando che non si rompano"

"Nemmeno la luna è perfetta. E' piena di crateri. E il mare? Nemmeno lui! Troppo salato.
E il cielo? Sempre così infinito...Insomma, le cose più belle non sono perfette. Sono speciali"

io non sono mai stata perfetta
ho sempre dato il peggio di me
ma tu sei SEMPRE STATO il centro della mia vita
la prima cosa
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la persona che mi ama ha due cuori
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ma quando va in pensione ?
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Re:
rosarossa79, 23/12/2008 1.53:

ma quando va in pensione ?



chi? perchè? come mai?

butta una monetina [SM=x44454]


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parlavo di tinto brass [SM=x44473]


la posso' pure butta' la monetina ma non mi abbasso a raccoglierla [SM=x44453] [SM=x44454]

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Re:
rosarossa79, 23/12/2008 2.00:

parlavo di tinto brass [SM=x44473]


la posso' pure butta' la monetina ma non mi abbasso a raccoglierla [SM=x44453] [SM=x44454]




crudele [SM=x44471]

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Re:
rosarossa79, 23/12/2008 2.00:

parlavo di tinto brass [SM=x44473]


la posso' pure butta' la monetina ma non mi abbasso a raccoglierla [SM=x44453] [SM=x44454]





non c'è problema, vedrai quanto forummisti faranno a gara per raccoglierla ... e non perché vogliono avere qualche cent o euro in più in tasca ... [SM=x44464]
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Sotto la lente della crisi economica, piccole crepe diventano enormi, nella ceramica di tante vite individuali, ma anche nel muro di pietra del nostro convivere civile. Una che si sta spalancando, non sanguinosa ma solenne, è quella che riguarda le sovvenzioni pubbliche alla cultura. Il fiume di denaro che si riversa in teatri, musei, festival, rassegne, convegni, fondazioni e associazioni. Dato che il fiume si sta estinguendo, ci si interroga. Si protesta. Si dibatte. Un commissariamento qui, un'indagine per malversazione là, si collezionano sintomi di un'agonia che potrebbe anche essere lunghissima, ma che questa volta non lo sarà. Sotto la lente della crisi economica, prenderà tutto fuoco, molto più velocemente di quanto si creda.

In situazioni come queste, nei film americani puoi solo fare due cose: o scappi o pensi molto velocemente. Scappare è inelegante. Ecco il momento di pensare molto velocemente. Lo devono fare tutti quelli cui sta a cuore la tensione culturale del nostro Paese, e tutti quelli che quella situazione la conoscono da vicino, per averci lavorato, a qualsiasi livello. Io rispondo alla descrizione, quindi eccomi qui. In realtà mi ci vorrebbe un libro per dire tutto ciò che penso dell'intreccio fra denaro pubblico e cultura, ma pensare velocemente vuol dire anche pensare l'essenziale, ed è ciò che cercherò di fare qui.

Se cerco di capire cosa, tempo fa, ci abbia portato a usare il denaro pubblico per sostenere la vita culturale di un Paese, mi vengono in mente due buone ragioni. Prima: allargare il privilegio della crescita culturale, rendendo accessibili i luoghi e i riti della cultura alla maggior parte della comunità. Seconda: difendere dall'inerzia del mercato alcuni gesti, o repertori, che probabilmente non avrebbero avuto la forza di sopravvivere alla logica del profitto, e che tuttavia ci sembravano irrinunciabili per tramandare un certo grado di civiltà.

A queste due ragioni ne aggiungerei una terza, più generale, più sofisticata, ma altrettanto importante: la necessità che hanno le democrazie di motivare i cittadini ad assumersi la responsabilità della democrazia: il bisogno di avere cittadini informati, minimamente colti, dotati di principi morali saldi, e di riferimenti culturali forti. Nel difendere la statura culturale del cittadino, le democrazie salvano se stesse, come già sapevano i greci del quinto secolo, e come hanno perfettamente capito le giovani e fragili democrazie europee all'indomani della stagione dei totalitarismi e delle guerre mondiali.

Adesso la domanda dovrebbe essere: questi tre obbiettivi, valgono ancora? Abbiamo voglia di chiederci, con tutta l'onestà possibile, se sono ancora obbiettivi attuali? Io ne ho voglia. E darei questa risposta: probabilmente sono ancora giusti, legittimi, ma andrebbero ricollocati nel paesaggio che ci circonda. Vanno aggiornati alla luce di ciò che è successo da quando li abbiamo concepiti. Provo a spiegare.

Prendiamo il primo obbiettivo: estendere il privilegio della cultura, rendere accessibili i luoghi dell'intelligenza e del sapere. Ora, ecco una cosa che è successa negli ultimi quindici anni nell'ambito dei consumi culturali: una reale esplosione dei confini, un'estensione dei privilegi, e un generale incremento dell'accessibilità. L'espressione che meglio ha registrato questa rivoluzione è americana: the age of mass intelligence, l'epoca dell'intelligenza di massa.

Oggi non avrebbe più senso pensare alla cultura come al privilegio circoscritto di un'élite abbiente: è diventata un campo aperto in cui fanno massicce scorribande fasce sociali che da sempre erano state tenute fuori dalla porta. Quel che è importante è capire perché questo è successo. Grazie al paziente lavoro dei soldi pubblici? No, o almeno molto di rado, e sempre a traino di altre cose già successe. La cassaforte dei privilegi culturali è stata scassinata da una serie di cause incrociate: Internet, globalizzazione, nuove tecnologie, maggior ricchezza collettiva, aumento del tempo libero, aggressività delle imprese private in cerca di un'espansione dei mercati. Tutte cose accadute nel campo aperto del mercato, senza alcuna protezione specifica di carattere pubblico.

Se andiamo a vedere i settori in cui lo spalancamento è stato più clamoroso, vengono in mente i libri, la musica leggera, la produzione audiovisiva: sono ambiti in cui il denaro pubblico è quasi assente. Al contrario, dove l'intervento pubblico è massiccio, l'esplosione appare molto più contratta, lenta, se non assente: pensate all'opera lirica, alla musica classica, al teatro: se non sono stagnanti, poco ci manca. Non è il caso di fare deduzioni troppo meccaniche, ma l'indizio è chiaro: se si tratta di eliminare barriere e smantellare privilegi, nel 2009, è meglio lasciar fare al mercato e non disturbare. Questo non significa dimenticare che la battaglia contro il privilegio culturale è ancora lontana dall'essere vinta: sappiamo bene che esistono ancora grandi caselle del Paese in cui il consumo culturale è al lumicino. Ma i confini si sono spostati. Chi oggi non accede alla vita culturale abita spazi bianchi della società che sono raggiungibili attraverso due soli canali: scuola e televisione. Quando si parla di fondi pubblici per la cultura, non si parla di scuola e di televisione. Sono soldi che spendiamo altrove. Apparentemente dove non servono più. Se una lotta contro l'emarginazione culturale è sacrosanta, noi la stiamo combattendo su un campo in cui la battaglia è già finita.

Secondo obbiettivo: la difesa di gesti e repertori preziosi che, per gli alti costi o il relativo appeal, non reggerebbero all'impatto con una spietata logica di mercato. Per capirci: salvare le regie teatrali da milioni di euro, La figlia del reggimento di Donizetti, il corpo di ballo della Scala, la musica di Stockhausen, i convegni sulla poesia dialettale, e così via. Qui la faccenda è delicata. Il principio, in sé, è condivisibile. Ma, nel tempo, l'ingenuità che gli è sottesa ha raggiunto livelli di evidenza quasi offensivi.

Il punto è: solo col candore e l'ottimismo degli anni Sessanta si poteva davvero credere che la politica, l'intelligenza e il sapere della politica, potessero decretare cos'era da salvare e cosa no. Se uno pensa alla filiera di intelligenze e saperi che porta dal ministro competente giù fino al singolo direttore artistico, passando per i vari assessori, siamo proprio sicuri di avere davanti agli occhi una rete di impressionante lucidità intellettuale, capace di capire, meglio di altri, lo spirito del tempo e le dinamiche dell'intelligenza collettiva? Con tutto il rispetto, la risposta è no. Potrebbero fare di meglio i privati, il mercato? Probabilmente no, ma sono convinto che non avrebbero neanche potuto fare di peggio.

Mi resta la certezza che l'accanimento terapeutico su spettacoli agonizzanti, e ancor di più la posizione monopolistica in cui il denaro pubblico si mette per difenderli, abbiano creato guasti imprevisti di cui bisognerebbe ormai prendere atto. Non riesco a non pensare, ad esempio, che l'insistita difesa della musica contemporanea abbia generato una situazione artificiale da cui pubblico e compositori, in Italia, non si sono più rimessi: chi scrive musica non sa più esattamente cosa sta facendo e per chi, e il pubblico è in confusione, tanto da non capire neanche più Allevi da che parte sta (io lo so, ma col cavolo che ve lo dico).

Oppure: vogliamo parlare dell'appassionata difesa del teatro di regia, diventato praticamente l'unico teatro riconosciuto in Italia? Adesso possiamo dire con tranquillità che ci ha regalato tanti indimenticabili spettacoli, ma anche che ha decimato le file dei drammaturghi e complicato la vita degli attori: il risultato è che nel nostro paese non esiste quasi più quel fare rotondo e naturale che mettendo semplicemente in linea uno che scrive, uno che recita, uno che mette in scena e uno che ha soldi da investire, produce il teatro come lo conoscono i paesi anglosassoni: un gesto naturale, che si incrocia facilmente con letteratura e cinema, e che entra nella normale quotidianità della gente.

Come vedete, i principi sarebbero anche buoni, ma gli effetti collaterali sono incontrollati. Aggiungo che la vera rovina si è raggiunta quando la difesa di qualcosa ha portato a una posizione monopolistica. Quando un mecenate, non importa se pubblico o privato, è l'unico soggetto operativo in un determinato mercato, e in più non è costretto a fare di conto, mettendo in preventivo di perdere denaro, l'effetto che genera intorno è la desertificazione. Opera, teatro, musica classica, festival culturali, premi, formazione professionale: tutti ambiti che il denaro pubblico presidia più o meno integralmente. Margini di manovra per i privati: minimi. Siamo sicuri che è quello che vogliamo? Siamo sicuri che sia questo il sistema giusto per non farci derubare dell'eredità culturale che abbiamo ricevuto e che vogliamo passare ai nostri figli?

Terzo obbiettivo: nella crescita culturale dei cittadini le democrazie fondano la loro stabilità. Giusto. Ma ho un esempietto che può far riflettere, fatalmente riservato agli elettori di centrosinistra. Berlusconi. Circola la convinzione che quell'uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi convince (a me Berlusconi sembra più una conseguenza che una causa) ma so che è largamente condivisa, e quindi la possiamo prendere per buona. E chiederci: come mai la grandiosa diga culturale che avevamo immaginato di issare con i soldi dei contribuenti (cioè i nostri) ha ceduto per così poco?

Bastava mettere su tre canali televisivi per aggirare la grandiosa cerchia di mura a cui avevamo lavorato? Evidentemente sì. E i torrioni che abbiamo difeso, i concerti di lieder, le raffinate messe in scena di Cechov, la Figlia del reggimento, le mostre sull'arte toscana del quattrocento, i musei di arte contemporanea, le fiere del libro? Dov'erano, quando servivano? Possibile che non abbiano visto passare il Grande Fratello? Sì, possibile. E allora siamo costretti a dedurre che la battaglia era giusta, ma la linea di difesa sbagliata. O friabile. O marcia. O corrotta. Ma più probabilmente: l'avevamo solo alzata nel luogo sbagliato.

Riassunto. L'idea di avvitare viti nel legno per rendere il tavolo più robusto è buona: ma il fatto è che avvitiamo a martellate, o con forbicine da unghie. Avvitiamo col pelapatate. Fra un po' avviteremo con le dita, quando finiranno i soldi.

Cosa fare, allora? Tenere saldi gli obbiettivi e cambiare strategia, è ovvio. A me sembrerebbe logico, ad esempio, fare due, semplici mosse, che qui sintetizzo, per l'ulcera di tanti.

1. Spostate quei soldi, per favore, nella scuola e nella televisione. Il Paese reale è lì, ed è lì la battaglia che dovremmo combattere con quei soldi. Perché mai lasciamo scappare mandrie intere dal recinto, senza battere ciglio, per poi dannarci a inseguire i fuggitivi, uno ad uno, tempo dopo, a colpi di teatri, musei, festival, fiere e eventi, dissanguandoci in un lavoro assurdo? Che senso ha salvare l'Opera e produrre studenti che ne sanno più di chimica che di Verdi? Cosa vuol dire pagare stagioni di concerti per un Paese in cui non si studia la storia della musica neanche quando si studia il romanticismo? Perché fare tanto i fighetti programmando teatro sublime, quando in televisione già trasmettere Benigni pare un atto di eroismo? Con che faccia sovvenzionare festival di storia, medicina, filosofia, etnomusicologia, quando il sapere, in televisione - dove sarebbe per tutti - esisterà solo fino a quando gli Angela faranno figli? Chiudete i Teatri Stabili e aprite un teatro in ogni scuola. Azzerate i convegni e pensate a costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati. Liberatevi delle Fondazioni e delle Case che promuovono la lettura, e mettete una trasmissione decente sui libri in prima serata. Abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera alla settimana di tivù che se ne frega dell'Auditel.

Lo dico in un altro modo: smettetela di pensare che sia un obbiettivo del denaro pubblico produrre un'offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. Il mercato sarebbe oggi abbastanza maturo e dinamico da fare tranquillamente da solo. Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto, e poi davanti alla televisione.
La funzione pubblica deve tornare alla sua vocazione originaria: alfabetizzare. C'è da realizzare una seconda alfabetizzazione del paese, che metta in grado tutti di leggere e scrivere il moderno. Solo questo può generare uguaglianza e trasmettere valori morali e intellettuali. Tutto il resto, è un falso scopo.

2. Lasciare che negli enormi spazi aperti creati da questa sorta di ritirata strategica si vadano a piazzare i privati. Questo è un punto delicato, perché passa attraverso la distruzione di un tabù: la cultura come business. Uno ha in mente subito il cattivo che arriva e distrugge tutto. Ma, ad esempio, la cosa non ci fa paura nel mondo dei libri o dell'informazione: avete mai sentito la mancanza di una casa editrice o di un quotidiano statale, o regionale, o comunale? Per restare ai libri: vi sembrano banditi Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Adelphi, per non parlare dei piccoli e medi editori? Vi sembrano pirati i librai? È gente che fa cultura e fa business. Il mondo dei libri è quello che ci consegnano loro. Non sarà un paradiso, ma l'inferno è un'altra cosa. E allora perché il teatro no? Provate a immaginare che nella vostra città ci siano quattro cartelloni teatrali, fatti da Mondadori, De Agostini, Benetton e vostro cugino. È davvero così terrorizzante? Sentireste la lancinante mancanza di un Teatro Stabile finanziato dai vostri soldi?

Quel che bisognerebbe fare è creare i presupposti per una vera impresa privata nell'ambito della cultura. Crederci e, col denaro pubblico, dare una mano, senza moralismi fuori luogo. Se si hanno timori sulla qualità del prodotto finale o sull'accessibilità economica dei servizi, intervenire a supportare nel modo più spudorato. Lo dico in modo brutale: abituiamoci a dare i nostri soldi a qualcuno che li userà per produrre cultura e profitti. Basta con l'ipocrisia delle associazioni o delle fondazioni, che non possono produrre utili: come se non fossero utili gli stipendi, e i favori, e le regalie, e l'autopromozione personale, e i piccoli poteri derivati. Abituiamoci ad accettare imprese vere e proprie che producono cultura e profitti economici, e usiamo le risorse pubbliche per metterle in condizione di tenere prezzi bassi e di generare qualità. Dimentichiamoci di fargli pagare tasse, apriamogli l'accesso al patrimonio immobiliare delle città, alleggeriamo il prezzo del lavoro, costringiamo le banche a politiche di prestito veloci e superagevolate.

Il mondo della cultura e dello spettacolo, nel nostro Paese, è tenuto in piedi ogni giorno da migliaia di persone, a tutti i livelli, che fanno quel lavoro con passione e capacità: diamogli la possibilità di lavorare in un campo aperto, sintonizzato coi consumi reali, alleggerito dalle pastoie politiche, e rivitalizzato da un vero confronto col mercato. Sono grandi ormai, chiudiamo questo asilo infantile. Sembra un problema tecnico, ma è invece soprattutto una rivoluzione mentale. I freni sono ideologici, non pratici. Sembra un'utopia, ma l'utopia è nella nostra testa: non c'è posto in cui sia più facile farla diventare realtà.

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Teo e Gaby Julio

L'AMORE E': Riconoscere tra tante la cacca della tua compagna!!!!



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2/25/2009 10:06 AM
 
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Bell'articolo. [SM=x44459]

Argomento molto delicato, è sicuro che senza i finanziamenti pubblici i teatri sarebbero tutti chiusi, o quasi.
Il problema è se si sentirebbe la loro assenza. [SM=x44464]

_________________

Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.

(Voltaire)

[IMG]http://im2.freeforumzone.it/up/20/24/1346683856.gif[/IMG] ma difendiamo anche la grammatica Italiana [IMG]http://im2.freeforumzone.it/up/20/24/1346683856.gif[/IMG]



[IMG]http://im1.freeforumzone.it/up/18/1/247668731.gif[/IMG]

Sai cosa scrivere? Allora posta!
Non sai cosa scrivere? Allora spamma!

[IMG] http://im0.freeforumzone.it/up/16/11/798984945.jpg [/IMG] <-- IO --> [IMG] http://im0.freeforumzone.it/up/16/76/248567704.jpg [/IMG]

I videogiochi non influenzano i bambini. Voglio dire, se Pac Man avesse influenzato la nostra generazione ora staremmo tutti saltando in sale scure, masticando pillole magiche e ascoltando musica elettronica ripetitiva."
(Kristian Wilson, Nintendo Inc., 1989)

Pochi anni dopo nacquero le feste rave, la musica techno e l'ecstasy...

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Briscola IperCafonica 2012
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Kikka, ma queste interessanti riflessioni son tutte tue
oppure le hai prese da qualche forum o giornale?

_________________

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Non condivido le tue idee, ma darei la vita per vedere come ti prenderanno per il culo quando le esporrai.
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[IMG=http://im0.freeforumzone.it/up/15/0/216825600.jpg]
2/26/2009 8:03 AM
 
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Re:
Arjuna, 25/02/2009 10.06:


Bell'articolo. [SM=x44459]

Argomento molto delicato, è sicuro che senza i finanziamenti pubblici i teatri sarebbero tutti chiusi, o quasi.
Il problema è se si sentirebbe la loro assenza. [SM=x44464]




il teatro secondo me è cultura..o meglio il teatro aiuta a capire opere che altrimenti si leggerebbero solamente e aiuta a capire anche pezzi (a volte) di storia vissuta dai nostri avi..secondo me è ingiustizia con tutti i soldi che stiamo gettando via tagliare questi fondi

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Re:
Etrusco, 25/02/2009 10.08:

Kikka, ma queste interessanti riflessioni son tutte tue
oppure le hai prese da qualche forum o giornale?




no assolutamente le ho prese da un articolo che ho trovato non qui su internet ma da un giornale che mi arriva in studio (sarebbe di podologia ma ha anche inserti di cultura e spettacolo) dovrebbe esserci anche su internet..però quello che ho inserito viene da La repubblica..metto il link


www.repubblica.it/2009/02/sezioni/spettacoli_e_cultura/spettacolo-baricco/spettacolo-baricco/spettacolo-baricco.html?ref=r...
[Edited by kikkateo11 2/26/2009 8:07 AM]

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POL - Meno fondi a spettacolo? Croppi sulla provocazione di Baricco

Roma, 24 feb (Velino) - “Non voglio immaginare le reazioni se le stesse parole le avesse dette il sottoscritto o un esponente del governo di centrodestra”. Umberto Croppi, assessore alle Politiche culturali del Comune di Roma, commenta con favore - ma anche con ironia - la nuova provocazione firmata Baricco. Spiega Croppi in un commento pubblicato dal sito web della fondazione FareFuturo: “Alessandro Baricco ci invita, dalle colonne della ‘Repubblica, a investire’ meno soldi pubblici nello spettacolo: il teatro, la musica classica, l’opera, tutti settori dove l’investimento pubblico è massiccio, e che ‘se non sono stagnanti poco ci manca’. La soluzione starebbe nel lasciare spazio al libero mercato, concentrando le risorse sulla diffusione di ‘cultura’ attraverso la scuola e televisione. Certamente Baricco pone un problema reale: a me capita spesso di porlo in termini di domanda, lui può permettersi anche di dare una risposta”. Analizzando la questione, l’esponente della giunta Alemanno rileva che “l’esistenza di enti di sostegno pubblico ad alcune attività culturali, è figlia di un tempo in cui il teatro, la classica, la lirica erano la forma di spettacolo e di cultura. In questi decenni qualcosa è cambiato: ci sono mille nuovi modi per ascoltare la musica, dall’alta fedeltà della nostra giovinezza agli mp3, che garantiscono ascolti di qualità con cui quasi nessuna esecuzione dal vivo può competere. Lo stesso vale per il teatro: il cinema, la televisione, per non parlare dei dvd, dell’home theatre, dell’alta definizione, sono tutti mezzi che permettono un rapporto più ‘invasivo’ rispetto a qualunque tipo di produzione tradizionale. È ovvio che per un film di qualità l’investimento di produzione sia infinitamente più alto di quello che qualunque spettacolo dal vivo si possa permettere, garantendo, già all’origine, una qualità nettamente superiore”.

Dunque, riassume Croppi, “lo scenario è cambiato. Ma a questi cambiamenti epocali non solo è sopravvissuta l’idea che debbano esistere spazi pubblici per lo spettacolo; si sono aggiunte anche altre forme di sostegno. In molti casi, ad esempio, gli enti locali sono diventati essi stessi produttori di eventi di musica leggera o di intrattenimento di vario genere, entrando così in competizione con il libero mercato. Negli ultimi decenni, il sostegno pubblico allo spettacolo è aumentato costantemente, con effetti spesso controproducenti. Faccio un esempio: a Roma, negli anni Settanta, hanno avuto il loro momento di gloria centinaia di piccoli teatri ‘spontanei’, le cosiddette ‘cantine’ (in cui si era formato un attore come Carmelo Bene, tanto per fare un esempio). Ebbene, con l’inizio dell’assistenzialismo pubblico allo spettacolo, queste realtà culturali sono state decimate. Insomma, il problema del sostegno pubblico alla cultura esiste. Ma passare dall’identificazione del problema alla soluzione drastica di azzerare tutto, come propone Baricco, non è né facile né automatico. È giusto, però, iniziare a farsi queste domande”. Croppi ricorre a un esempio derivante dalla sua esperienza personale: “Io sono stato criticato per aver messo in discussione i ‘teatri di cintura’, tre teatri di periferia che costano al comune di Roma due milioni e mezzo di euro all’anno: le mura sono pubbliche, il personale e le produzioni sono tutte pagate con soldi dello Stato. È un giusto investimento? E ancora, il Teatro dell’Opera di Roma è in crisi: costa 50 milioni di euro di denaro pubblico ogni anno, e forse è il caso di iniziare a chiedersi con quali meccanismi vada gestito. A proposito di opera. La lirica è indubbiamente un nostro patrimonio, ma ci sono, anche qui, problemi e questioni che aspettano risposta. Per prima cosa: è ancora il Teatro dell’Opera lo strumento principale di diffusione della lirica? Qui si torna al discorso sulle nuove tecnologie e i nuovi mezzi di diffusione della musica e dello spettacolo. E poi, se è indiscutibile il fascino dei teatri d’opera, è altrettanto innegabile che dovrebbero avere un rapporto con la città più forte di quello che hanno adesso”.

L’assessore alle Politiche culturali del Comune di Roma riferisce di “continui esempi di impresari privati che chiedono di utilizzare location cittadine per spettacoli di lirica, investendo di tasca propria e, evidentemente, guadagnandoci: allora mi chiedo perché il settore pubblico debba rimetterci come effettivamente ci rimette oggi. Insomma, è arrivato il tempo di infrangere qualche tabù. Per quanto riguarda la proposta di investire di più sulla scuola come fonte e veicolo di cultura, è l’uovo di Colombo, ma concordo pienamente con Baricco. Oltretutto, oggi la scuola ha un po’ di problemi e quindi andrebbe aiutata di più. È anche vero però che il discorso è più complesso: non si può nascondere il fatto che investire in spettacoli o eventi ha altri indotti, dall’occupazione al turismo. Infine, a proposito di scuole, va detto che c’è una proliferazione di scuole di formazione artistica (conservatori, accademie) che spesso, accanto a punte di eccellenza, non rispondono agli standard qualitativi. Sarebbe il caso, anche qui, di fare scelte, puntando sulla qualità. Di tabù da infrangere ce ne sono parecchi, forse è il caso di iniziare. E l’intervento di Baricco - conclude Croppi - può servire soprattutto a questo”.

www.ilvelino.it/articolo.php?Id=778869

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È quasi guerra sulle proposte dell'autore. Se Muti e Accardo sono favorevoli
Lella Costa e Fo polemizzano. Ma tutti dicono: si cambino le regole
Il teatro replica a Baricco
Muti: "Gli sprechi ci sono"

[IMG]http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/spettacoli_e_cultura/spettacolo-baricco/reazioni-baricco/stor_15143438_36020.jpg[/IMG]

SU due punti sono tutti d'accordo. Primo: in nessun paese del mondo il teatro e la musica sopravvivono senza soldi dello Stato. Secondo: le regole di investimento di quei soldi vanno cambiate, riformate. Ma sul resto è quasi guerra. Due fronti pronti a dirsele, pro e contro Alessandro Baricco che ieri con una lunga, articolata riflessione su cultura e spettacoli dalle pagine di Repubblica, ha lanciato una bomba culturale: non è un obiettivo primario del finanziamento pubblico sostenere spettacoli, festival, eventi - ha scritto - meglio dirottarlo sulla formazione di un pubblico consapevole che oggi è a scuola e davanti alla televisione. Dunque finanziamo scuole e tv invece dei teatri. Apriti cielo.

La spericolata riflessione è parsa coraggiosa a Riccardo Muti - raggiunto a Parigi durante le prove del concerto dedicato a Berlioz con l'Orchestra della Radio Francese e voce recitante Gerard Depardieu - perché pone l'accento su molti dei punti sul quale egli stesso si batte da sempre. "In particolare la centralità della scuola fin dalla tenera età, il potenziamento di programmi formativi che attraverso la televisione sono in grado di raggiungere anche le persone più lontane e isolate, e la formazione dei giovani musicisti, sono tutti ambiti dove è necessario il sostegno delle istituzioni pubbliche - ha detto - Così come ci vorrebbero più risorse private perché potrebbero ridare nuova linfa ad un mondo che ha davvero bisogno di una "vera rivoluzione mentale"". Concorda il "collega" Salvatore Accardo, violinista e direttore d'orchestra: "Baricco scrive giusto quando parla di dare soldi alle scuole: la musica va imparata e insegnata fin dai banchi di scuola. È vero anche che ci sono sprechi nei teatri con le loro produzioni faraoniche ma non è così, per esempio, per la musica da camera e le istituzioni concertistiche che andrebbero sostenute dallo Stato".

Le molte critiche a Baricco cominciano quando il direttore del Piccolo Teatro, il primo teatro pubblico italiano finanziato dallo Stato, Sergio Escobar sbotta: "Non voglio polemizzare, ma le tesi di Baricco sono sconclusionate. La fascinazione per il mercato è fuori tempo massimo: perfino Tremonti dice che non è risolutore. Vabbé, il disorientamento degli intellettuali di sinistra... ma non si può stare ancora nel Duemila a difendere il principio che la cultura è un bene pubblico". Con Escobar c'è mezzo mondo dello spettacolo italiano. Tra i più feroci, due attori su fronti politici opposti. Luca Barbareschi in procinto di debuttare con Alessandro e Maria di Gaber: "Ma proprio Baricco che ha fatto teatro a botte di sovvenzioni? Il sistema dello spettacolo in Italia non va rotto come dice lui, va risistemato come in Francia, Germania, Inghilterra, ora perfino America: l'intervento dello Stato ci vuole. Chi deve andar via è la politica che ha egemonizzato poltrone, denari, tutto". E Lella Costa: "Ma perché spararci addosso in questo modo gratuito? Il teatro è bollito? Ma chi lo decide, Baricco? Quello che lui scrive è offensivo verso il pubblico innanzitutto, ma anche verso chi con quattro lire tiene aperti i teatri, organizza festival... Altro che mettersi sul mercato. Fare uno spettacolo non è come fare un libro". "Sì questo è un punto debole del suo ragionamento di cui condivido molte cose: un conto è stampare un libro che se va male è costato poco, un conto è finanziare un film che ha costi elevatissimi". Lo dice Paolo Sorrentino regista di Il Divo, un milione e 700mila euro finanziati dallo Stato e 4 milioni e 600mila incassati. "Senza quel finanziamento io non ce l'avrei fatta. Ma concordo con Baricco quando dice che vanno cambiati gli obiettivi culturali: sostenere scuola e tv. Ma devono cambiare anche le regole di questo sostegno, liberarle dalla politica".

Cambiare le regole dell'intervento pubblico: lo chiedono tutti. Lo auspica Francesco Saverio Borrelli, presidente del Conservatorio di Milano, lo ribadisce Dario Fo: "Ci vogliono regole trasparenti", dice il Nobel, "per rispetto anche del pubblico. Ma sul finanziamento non si discute: anzi in Italia la percentuale del Pil alla cultura è dieci volte inferiore alla media europea".

Come una litania gli fa eco una folla di artisti: Carlo Giuffrè ("senza finanziamenti mancherebbe il pane"), Gigi Proietti: ("il teatro da solo non può farcela. La gestione dei teatri ha costi enormi. Ma parliamone. Baricco, apriamo un dibattito non dico con tre B ma almeno con una"), Paolo Damiani, direttore del festival jazz di Roccella Jonica ("cosa farebbero i giovani artisti senza lo Stato?"), Fiorenzo Grassi dei Teatridithalia di Milano ("i teatri sono luogo di incontro tra persone e anche questa è cultura"), Filippo del Corno, compositore ("finanziare la tv? Paradossale in un paese in cui paghi un canone che concorre col 47 % al budget Rai che non restituisce nulla di culturale allo spettatore".). Sì: la proposta di Baricco di finanziare la tv è la più spinosa da digerire. Emilia De Biase, membro pd della commissione Cultura della Camera: "Il presidente del Consiglio ha lavorato per questo tutta la vita". E il musicista Oscar, Nicola Piovani: "Una sciocchezza così non l'avevo mai sentita. A Roma si dice "Levateje er vino"". Riporta la pace, serafico, Paolo Poli: "Baricco dice quello che vuole e noi continuiamo a lavorare. Ho visto passare tante stagioni, buone e cattive. Spero di resistere anche a questa".
www.repubblica.it/2009/02/sezioni/spettacoli_e_cultura/spettacolo-baricco/reazioni-baricco/reazioni-baricco.html?ref=r...

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Bondi difende la mobilia (teatrale)
“Baricco dice: basta soldi di stato alla cultura? D’accordo, facciamo selezioni migliori ma senza cedere al profitto. Opera, musica e teatro sono inestimabili forme di mecenatismo ereditate dalle società di corte”

[IMG]http://www.ilfoglio.it/media/uploads/bondi_fucecchi.jpg[/IMG]

Anche il ministro per i Beni culturali ieri ha letto il lungo articolo di Alessandro Baricco sulla Repubblica. E anche lui per un attimo è parso esultare alla ricetta del romanziere torinese: basta soldi pubblici alla cultura, foraggiamo piuttosto la televisione e la scuola, e invitiamo i privati a rimboccarsi le maniche per lanciarsi nel mercato culturale. Ottima idea. Solo che, a seguirla in dettaglio, l’“utopia” di Baricco, diversamente da quanto lo stesso scrittore ritiene, continua a rimanere tutta nella sua testa, visto che non è facile, e neppure auspicabile, trasformarla in realtà. “Baricco critica la cultura di sinistra. E’ paradossale che debba essere io a difendere lo stato culturale. Ogni giorno da sinistra e da destra ricevo inviti che oscillano tra il sostenere la cultura in toto, e la tesi più fosca di privare la cultura di ogni sussidio”, avverte Sandro Bondi in una pausa del vertice franco-italiano a Villa Madama, dove ha firmato un accordo per aprire anche il mercato italiano ai canali culturali di Arte, la tv franco-tedesca.

"Chi è reponsabile del patrimonio storico-artistico nazionale deve perseguire un punto di equilibrio, che consiste nel diminuire per gradi il contributo statale in quei settori dove dev’essere meno presente, come il cinema o l’arte contemporanea, e aumentare il contributo dei privati con defiscalizzazioni ad hoc”. Insomma, quand’anche Baricco avesse ragione, non si deve fare di tutt’erba un fascio. Giustissimo “allargare il privilegio della crescita culturale”, tenendo conto dei nuovi circuiti di massa. Sacrosanto “difendere alcuni repertori che non avrebbero la forza di sopravvivere alla logica del profitto”. Legittimo aggiornare la formazione di “cittadini colti, informati, e con saldi punti di riferimento”.

Attenzione, però, a non confondere ogni cosa sotto la voce “cultura” come sembra fare Baricco quando propone di abbandonare al mercato settori delicatissimi come l’opera lirica, la musica classica e il teatro, con la scusa che ormai si fanno solo spettacoli orribili e i drammaturghi non esistono più. “Baricco forse non va molto a teatro. Non avrà mai visto la trilogia della Villeggiatura di Goldoni con regia di Toni Servillo o uno spettacolo di Massimo Castri. Ma il fatto è che il teatro di prosa, la lirica, la danza non consentono redditi da impresa. Per questo è sbagliato confonderli con altri campi dove il business è possibile, come le mostre, i grandi eventi, il cinema. Restano forme d’arte tradizionali, legate al mecenatismo, nate dalle società di corte e perpetuate grazie alle sovvenzioni di stato quando i prìncipi e le società di corte son stati sostituiti dalla repubblica e dallo stato di diritto. Del resto, l’Italia non fa eccezione: dall’America al Giappone, dalla Corea al Regno Unito, passando per Francia, Germania, Russia e Cina non c’è paese al mondo che non le sovvenzioni”.

Eppure, Baricco denuncia “l’accanimento terapeutico su un pubblico agonizzante”. Obietta che non spetta alla politica salvare regie che costano milioni, o il corpo di ballo della Scala o l’opera di Stockhausen.“E’ giusto affinare i criteri di selezione degli impresari culturali, sottraendoli alle mafie politiche per evitare gli sprechi”, replica Bondi. “Ma è assurdo pretendere di ripristinare l’educazione musicale nei licei, da dove fu bandita ai tempi dell’Unità, e demandare poi ai privati l’allestimento della Tosca. Urge un’analisi meno superficiale delle strutture culturali. Gli italiani possono pure impazzire per il Grande fratello, ma hanno tutto il diritto di godersi Molière, Shakespeare, Pirandello, Verdi e Cimarosa, e di tramandarsi gli affreschi di Piero della Francesca”.

www.ilfoglio.it/soloqui/1928

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In scena lo spettacolo “Pinokkio – spettacolo per ragazzi e bambini che accompagnano i genitori”
Giovedì 26 febbraio, alle ore 18.30, presso il Teatro adiacente la Chiesa del Carmine, in piazzale San Michele Arcangelo, a Mesagne, sarà proposta la messa in scena dello spettacolo “Pinokkio – spettacolo per ragazzi e bambini che accompagnano i genitori" a cura della compagnia “Fondaco dei Bardi" diretta dall'attore e regista Maurizio Ciccolella.

L'ingresso allo spettacolo è gratuito. Chiunque può lasciare un'offerta libera che sarà devoluta alla Chiesa.

Lo spettacolo, allestito per un pubblico di grandi e soprattutto di ragazzi e bambini, ritrae in modo originale, la storia del burattino che divenne bambino. Un'operazione di alto valore formativo ma anche culturale perché, nella riscrittura del celebre romanzo di Collodi “Pinocchio", il personaggio che ha affascinato milioni di persone di tutte le generazioni trova in questo adattamento teatrale nuovi spunti drammaturgici. La messa in scena vede un forte coinvolgimento del pubblico, grazie alla poliedricità dei linguaggi artistici e delle mirate scelte registiche. Il lavoro, nato anche dalle improvvisazioni degli stessi attori, propone quindi diverse chiavi di lettura attraverso una messa in scena semplice ma emozionante con picchi evocativi e di alta comunicazione espressiva.

Lo spettacolo è a cura di Maurizio Ciccolella con la Compagnia “Fondaco dei Bardi" e l'aiuto regia di Salvatore Vetrugno. In scena ci sono: Alessandra Fiume, Angelo Cofano, Angelo Germinario, Antonella Todisco, Antonio Russo, Armando Leoci, Francesca Danese, Francesca Zurlo, Giovanna Mazzara, Laura Zongolo, Mina Carrino, Mina Perrone, Stefania Robassa e Vittorio Cafagna.


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3/5/2009 8:43 AM
 
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DISCLAIMER
In questa discussione possiamo parlare liberamente di teatro: segnalazione spettacoli, cosa abbiamo visto e cosa ci piacerebbe vedere. Buon divertimento! [SM=x44459]




Mangiare e meditare: a teatro si può fare anche questo, magari persino allo stesso tempo, come propone Andrée Ruth Shammah attraverso «Il sapore dei sapori», una fitta rassegna di spettacoli, incontri filosofici, brunch e aperitivi che si terranno dal 5 marzo al 6 aprile presso il Franco Parenti. Il filo conduttore degli eventi è l'incrocio tra l'alimentazione e il pensiero, la corrispondenza tra il sapore dei cibi e il sapere di cui sono fatalmente un veicolo e di cui la Shammah, che ha ideato e coordina il progetto, sottolinea «l'importanza per nutrire le persone, per fornire loro valori che possano sperimentare in modo concreto e condivisibile».
Si inizia oggi con «Orti insorti», uno spettacolo in cui Elena Guerrini, storica attrice della compagnia di Pippo Delbono, rievoca la vita del nonno contadino e la mette a confronto con quella di chi abita in città infestate dai suv e dalle polveri «tossìli», come le chiama lei. Vecchie foto, barzellette, stornelli e proverbi dimenticati si mescolano a riflessioni sui pericoli che comportano le monoculture intensive, le coltivazioni transgeniche e l'idea che la vita possa essere ridotta a merce, suscitando rabbia e nostalgia attraverso un linguaggio screziato di vernacolo toscano e di umorismo boccaccesco. Dal 9 al 15 marzo è la volta di «Risotto», la storia dell'amicizia tra Amedeo Fago e Fabrizio Beggiato, nata sui banchi del liceo Tasso di Roma e proseguita negli anni dell'impegno nel sociale, della contestazione e del successivo riflusso nel privato.
Uno spettacolo in bilico tra l'amarcord generazionale e il teatro-verità, in cui la riscoperta di valori indissolubili come l'amicizia passa attraverso il cucinare insieme un risotto che verrà offerto anche al pubblico. «Il sapere dei sapori» prosegue quindi con «Al mercato», una sorta di installazione teatrale progettata dalla stessa Shammah che, attraverso una serie di bancarelle evocate da una splendida scenografia e grazie a dieci giovani e versatili attori, invita a inoltrarsi in un mercatino in cui non si vendono solo prodotti di consumo, ma anche suggestioni, idee, illuminazioni scaturite dalla riflessione sul cibo, sulla sua storia e sulle sue modalità di realizzazione. Lo spettacolo, in scena dal 12 al 22 marzo, propone anche una doverosa e spesso sottovalutata riflessione sulla necessità di combattere la fame che ancora imperversa in larga parte del mondo, di non speculare sui beni alimentari e di costruire anzi un'economia in cui, come recita la frase di Gibran che fa da epigrafe alla drammaturgia, «lo scambio avvenga in generosa giustizia perché non renda gli uni avidi e gli altri affamati».
Accanto a questi eventi teatrali, la rassegna al Franco Parenti prevede «Le domeniche della filosofia», tre brunch su tematiche filosofiche in compagnia di pensatori acuti e controcorrente come Giuseppe Girgenti, Mario De Caro e Michele di Francesco, che si terranno le ultime tre domeniche di marzo. Dal 16 di marzo al 6 aprile, il lunedì sarà invece il giorno degli «Aperitivi con Sophia», un ciclo di «dibattiti con letture sceniche» coordinato da Roberto Mordacci. Giovane studioso di filosofia morale, docente all'Università Vita-Salute del San Raffaele, uno dei partner istituzionali del progetto «Il sapere dei sapori», Mordacci accompagnerà il pubblico in un itinerario nell'io, o perlomeno in ciò che ne resta dopo la decostruzione che ne ha operato la filosofia postmoderna. A fare da pretesto al dibattito saranno alcuni scritti di Shakespeare, Abelardo, Dostoevskij e Auster letti da un gruppo di attori scelti da Anna Traini.

www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=333523


a me sembra un cambiamento radicale di quello che è il teatro...
[Edited by piperitapatty 3/27/2009 11:01 AM]

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3/26/2009 10:45 PM
 
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... È PERMESSO?
[IMG]http://www.teatro.org/images/spettacolo/4854-180/e_permesso.jpg[/IMG]

Autore: Vaime, Montesano, Vianello, Gianotti
Regia: Enrico Montesano
Compagnia/Produzione: ATI Il Sistina
Cast: Enrico Montesano, Roberta Albanesi, Pacifico Acciarino, Luigi Acciarino, Eduardo Acciarino
Descrizione
Enrico Montesano è il protagonista assoluto, anzi il mattatore di questo nuovo spettacolo. Un “one man show” ricco di divertimento, di musica, di ironia e di allegria. Uno spettacolo intenso e coloratissimo proprio come vuole la tradizione del Teatro Sistina, che lo produce insieme alla Promnibus e alla R.P.S. Ancora una volta Enrico Montesano sale sul nostro palcoscenico per incontrare il suo pubblico e regalargli due ore di risate ininterrotte.
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