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killing zoe
Monday, May 21, 2012 9:10 PM
The land of maybe, la battezza Magni Arge, presidente dell’Atlantic Airways, dopo aver buttato giù un bicchierino d’acquavite Lívsins Vatn e intonato un improbabile «Arrivederci Roma». «Quando stavo in Italia, sul lago Maggiore, il clima era sempre lo stesso, sereno per una settimana, poi pioggia per giorni. Una noia». Per lui meglio le Fær Øer, la terra del forse, meno di cinquantamila abitanti e più 10 mila pecore (Føroyar, alla locale, significa proprio arcipelago degli ovini) distribuiti su 18 isole nella corrente. Quella del Golfo che addolcisce il clima artico ma anche quella del vento che impedisce agli alberi di crescere ed escogita scenari sempre diversi con il cielo perennemente indeciso se dare via libera alla neve, oppure al sole pieno; nell’incertezza traccia arditi arcobaleni e disegna luci che trasfigurano il paesaggio verde velluto. Quel maybe non è riferito solo al meteo, ma anche all’inquietudine e alle velleità di un Paese giovane, anzi giovanissimo con un quarto della popolazione sotto i 14 anni, dal 1948 indipendente dalla Danimarca ma fino a un certo punto (tecnicamente è una nazione costitutiva del Regno di Margherita II), con una capitale-cartolina — Tórshavn, il «porto del dio Thor», ventimila abitanti —, una lingua (il feringio), una divisa propria (la corona delle Fær Øer, solo banconote, le monete sono danesi), una targa, un’estensione Internet propria (.fo) e una voglia matta di aprirsi all’Europa, intesa come business e come turismo.

Addio alla caccia alle balene?
Le Fær Øer hanno molti richiami — e non solo per trekker e birdwatcher — ma prima devono (e vogliono) scrollarsi di dosso la reputazione di Paese anti-animalista, a causa della grindadráp, la feroce e tradizionale caccia ai cetacei. Qui nessuno ne vuole parlare: lo conservano come un segreto, quasi con pudore. Qualcuno accenna all’abbandono graduale di questa pratica da parte delle nuove generazioni, qualcuno spera che il turismo possa scalzare la pesca nella graduatoria dell’economia locale. Le Fær Øer assomigliano all’Islanda ma sono più economiche, richiamano la Norvegia ma sono più tascabili, si avvicinano all’Irlanda — c’è una sorridente origine celtica in comune — ma sono più solitarie, appartengono alla Danimarca ma il fatto che i due voli quotidiani (146 posti l'uno) da Copenaghen siano sempre esauriti rivela la funzione antistress di queste isole. E c’è una cura particolare per il cibo: non solo pesce (delizioso il sushi locale), ma anche vellutate, pasticci di patate e broccoli, formaggi, di pecora ovviamente. Eccellente il menu n. 59 del «Marco Polo» di Tórshavn (360 corone, 50 euro).

Cinque chilometri sotto il mare
Già all’atterraggio a Vàgar si annusa l’anima selvaggia delle Fær Øer: il vento trasversale cerca di spostare il «jumbolino» come le nuvole e c’è bisogno di tutta la perizia di piloti specializzati per appoggiarsi delicatamente alla breve pista, srotolata dagli inglesi nella Seconda guerra mondiale. Poi un’ora di auto o bus per raggiungere la capitale lungo scenari romantici, con una vera e propria immersione nel tunnel di cinque chilometri che corre sotto il mare: non ci sono caselli ma il pedaggio — caro, a partire da 130 corone andata e ritorno per le utilitarie fino alle 530 per i camion, quasi 60 euro — si paga al «prossimo distributore». E nessuno ovviamente fa il furbo in una terra do ve anche le case non vengono mai chiuse a chiave. Il porto del dio Thor Difficile convincersi che Tórshavn, un borgo disegnato dalla matita di un bambino, sia una capitale europea: un porticciolo coloratissimo, stradine pulite e senza traffico, case appuntite dai tetti ricoperti d’erba con le grondaie di betulla, e una calorosa atmosfera nordica. «L’Islanda è una terra che ribolle abitata da un popolo freddo — dice Daniela Pulvirenti, autrice di Terre Artiche per Polaris — mentre le Fær Øer sono gelide ma la gente ha un cuore caldissimo». Puoi incrociare il direttore della banca mentre fa jogging, o trovarti allo stesso tavolo del sindaco al Café Music dove i giovani si radunano a bere l’ottima Føroya Bjòr, servita in un bicchiere alto un metro con rubinetto; oppure tirare due calci in un campetto d’erba sintetica con un giocatore della nazionale, carpentiere, uno di quelli che nel settembre 2011 allo stadio Gundadalur spaventò l’Italia di Prandelli nella gara di qualificazione agli Europei, subendo solo un gol di Cassano e colpendo due pali a Buffon battuto. Quella partita epica viene ormai adottata come punto di riferimento cronologico: prima dell’Italia, dopo l’Italia. Tórshavn è la base ideale per le selvatiche escursioni sull’arcipelago ma qualcuno si ferma volentieri nei suoi accoglienti alberghi, alcuni semplici e confortevoli (come lo Streym, www.hotelstreym.com) altri vagamente lussuosi, come il Tórshavn (www.hoteltorshvan.fo) o il Føroyar (www.hotelforoyar.com) da 150 euro a notte, in posizione dominante sul fiordo.

Il pulcinella del mare
Ma il simbolo delle Føroyar, e anche il motivo di molti viaggi, si chiama fratercula artica, il «pulcinella di mare», quel singolare uccello dal vistoso becco arancione che si lascia trascinare languidamente dalle correnti fino ad approdare alle scogliere. Tra maggio e luglio migliaia di «puffin» si contendono le tane scavate nell’erba dai conigli e depositano le loro uova. Uno spettacolo stupefacente senza bisogno di un binocolo per osservarlo. Il luogo migliore è l’isola occidentale di Mykines (si pronuncia micines), raggiungibile con tre quarti d’ora di un traghetto che parte da Sørvágur alle 10.20 di ogni mattina (ritorno verso le 17), oppure con pochi minuti di elicottero (10 posti e meno di 20 euro a tratta, meglio prenotare) dall’aeroporto di Vàgar. Una sosta alla Kristianshus per sorseggiare una bevanda al malto e via lungo un morbido tappeto smeraldo incastrato fra dirupi a picco sul mare accompagnati da pecore, foche, gabbiani, gazze marine, fulmari, sule e urie (la risposta artica ai pinguini). Infine eccoli, vicino al faro, i pulcinella, a darsi il cambio per difendere le tane dagli stercorari e procurarsi infilate di pesce. Il loro viaggio è stato molto più lungo e difficile del nostro verso l’arcipelago del forse.

I voli: le Fær Øer si raggiungono da Copenaghen in poco più di due ore di volo diretto (Atlantic Airways, www.atlantic.fo). Due voli giornalieri — sempre affollati — con partenza alle 12.30 e alle 19. Per il ritorno dall’areoporto di Vagar si parte alle 8.15 o alle 14.45. Il costo del volo andata e ritorno parte da 4.000 corone danesi, pari a circa 530 euro. Si possono prenotare auto in loco, ma anche andarci direttamente con la propria: Smyril line (www.smyrilline.com) propone il grande traghetto Norröna che parte dal porto danese di Hirtshals alle 15 del sabato e arriva a Torshavn alle 5 del lunedì (ritorno giovedì alle 21 e arrivo alle 10 del sabato). Si spendono da 800 euro per due persone con auto propria al seguito

Documenti: carta d’identità o passaporto. Occorre tirare indietro l’orologio di un’ora, si paga con corone danesi o corone delle Fær Øer (non sempre accettati gli euro) e sempre con carta di credito. Tutti parlano inglese.

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di Federico Pistone
Tempi Liberi, Corriere della Sera
Fonte

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